Il ddl Antisemitismo divide il Pd: riformisti per il sì, Boldrini guida il fronte del no
Il ddl Antisemitismo crea divisioni nel Pd, con riformisti a favore e Boldrini contraria. Schlein valuta l’astensione.

Il ddl Antisemitismo ha diviso il Partito Democratico, con riformisti a favore e il fronte del no guidato da Laura Boldrini. La legge, che si prepara a essere discussa in Aula alla Camera nelle prossime settimane, ha suscitato tensioni interne al gruppo parlamentare, con posizioni contrapposte che rischiano di aggravarsi. La segretaria del Pd, Elisa Schlein, ha espresso interesse per l’astensione, in considerazione dei rischi di una crescita delle destre in Europa. La questione centrale rimane il richiamo alla definizione dell’Ihra, che alcuni temono possa limitare la libertà di critica verso Israele.
Divisioni interne nel Pd
Dopo il voto al Senato, la spaccatura tra i dem si è ampliata, con sei senatori dell’area riformista che hanno votato a favore, contrariamente alla linea ufficiale dell’astensione. A Montecitorio, invece, il fronte del sì resta in piedi, con nomi come Piero Fassino, Lorenzo Guerini e altri che hanno espresso il loro sostegno. Tuttavia, il dibattito non si è concluso, e le posizioni all’interno del gruppo restano ampie. «Non ci sono stati passi avanti», sottolinea un osservatore, «al momento le posizioni nel gruppo sono ancora molto ampie». La conferenza dei capigruppo dovrà dare indicazioni sui tempi, con un voto previsto «verso ottobre».
La definizione Ihra e il rischio di censura rappresenta il punto più dibattuto. «Il rischio è una censura della libertà di pensiero, dell’informazione, della libertà accademica e del dibattito pubblico», spiega a Open un esponente del fronte del no. L’alternativa proposta da Boldrini è la Jerusalem Declaration, che potrebbe offrire un equilibrio tra lotta all’antisemitismo e tutela della libertà di espressione. «Se abbiamo una specifica preoccupazione per l’antisemitismo, allora si adotti la Jerusalem Declaration», sostiene l’ex presidente della Camera.
La spaccatura e il rischio di una divisione più netta
La spaccatura tra i dem rischia di diventare più netta, soprattutto se il voto finale dovesse confermare la posizione del fronte del no. «Significa votare con Vannacci», mettono in guardia alcuni esponenti, riferendosi a un deputato di destra. L’astensione, inoltre, potrebbe rappresentare una scelta più neutra, in considerazione del rischio di un’alleanza con forze a destra. «Confermare la stessa parola d’ordine significherebbe dunque assumere una posizione più neutra, e dunque più morbida in questa fase», spiega un osservatore. Il passaggio da Palazzo Madama a Montecitorio cambia le regole. Al Senato, l’astensione pesa ai fini dell’approvazione, mentre alla Camera non viene contata nella maggioranza. Questo ha reso più ambiguo il ruolo dell’astensione, che potrebbe rappresentare una scelta di posizione più equilibrata. La discussione, tuttavia, non si ferma qui: il dibattito interno al Pd continua, con il rischio di una divisione più marcata prima del voto finale.
