Andrea Ricciotti: “I numeri non mi bastavano, avevo bisogno di raccontare storie”

Andrea Ricciotti, regista, parla del suo percorso e del cortometraggio “Il primo della classe”. Lavoro, fiducia e manipolazione della realtà.

Andrea Ricciotti, regista, parla del suo lavoro e del cortometraggio "Il primo della classe" in un'intervista
Andrea Ricciotti, regista, parla del suo lavoro e del cortometraggio "Il primo della classe" in un’intervista

Andrea Ricciotti, regista e montatore, ha sempre sentito il bisogno di raccontare storie, non solo numeri. Dopo un percorso accademico in Comunicazione e un’esperienza di scrittura e analisi del cinema, ha scelto un’alternativa non convenzionale: abbandonare l’ingegneria informatica per inseguire un’ambizione che lo ha spinto a mettersi in gioco. Il suo lavoro, che si è sviluppato attraverso esperienze di montaggio e regia, è sempre stato legato a un’idea di ordine, ma anche a un’interrogazione su ciò che rompe quell’ordine. Il cortometraggio “Il primo della classe”, presentato al Festival di Venezia 2026 e disponibile su RaiPlay, rappresenta un passo significativo nel suo percorso, non solo per la sua portata produttiva, ma anche per il tema che affronta: la manipolazione della realtà e la responsabilità individuale nel confronto con le immagini.

Un percorso di crescita e di fiducia

Andrea Ricciotti ha iniziato il suo cammino nel cinema come assistente al montaggio, un ruolo che gli ha permesso di imparare e migliorare direttamente sul campo. L’esperienza lo ha portato a confrontarsi con progetti complessi, spesso con un’alta richiesta di precisione e di attenzione ai dettagli. “Da lì è iniziato il mio percorso come assistente al montaggio e ho continuato ad applicare lo stesso principio che mi aveva guidato fino a quel momento: mettermi il più possibile alla prova per imparare e migliorare direttamente sul campo”, ha spiegato. Questo approccio, che si basa sulla sperimentazione e sulla volontà di crescere, lo ha portato a costruire una carriera in cui ogni progetto è visto come un’opportunità per imparare, anche se a volte è accompagnato da un senso di smarrimento.

Il cortometraggio “Il primo della classe” rappresenta un passo significativo nel suo percorso. Non solo per la sua dimensione produttiva, ma anche per la sua valenza educativa, poiché è destinato a essere proiettato nelle scuole. “Non era un progetto che realizzavo soltanto per me: nasceva dalla vittoria di un concorso e, soprattutto, sapevo che avrebbe avuto anche una valenza educativa, perché sarà proiettato nelle scuole. È stato pensato per i ragazzi, con l’obiettivo di sensibilizzarli su questi temi”, ha spiegato. Il film, che affronta temi come la manipolazione della realtà, la mascolinità tossica e la responsabilità individuale, è stato un’esperienza intensa, non solo per la sua complessità, ma anche per la responsabilità che Ricciotti ha sentito di portare con sé.

Un cinema che interroga la realtà

“Direi quindi che mi ha stupito soprattutto essere riuscito a mantenere ordine in un processo così articolato”, ha commentato Ricciotti. Il cortometraggio, che ha vinto l’ottava edizione de La Realtà Che Non Esiste, rappresenta un punto di svolta nel suo percorso, non solo per la sua portata, ma anche per il messaggio che vuole trasmettere: la necessità di prestare attenzione a ciò che accade intorno a noi, soprattutto in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale ha reso più semplice manipolare la narrazione.

Il cinema, per Ricciotti, non è solo un mezzo di intrattenimento, ma un’arma per interrogare la realtà. “Spero quindi che, vedendo il cortometraggio, le persone sentano la necessità di prestare ancora più attenzione a ciò che accade intorno a loro”, ha detto. Il film, che affronta la manipolazione dei deepfake e la responsabilità individuale, è un invito a riflettere su come siamo costruttori della realtà, non solo come spettatori, ma anche come partecipanti attivi. “In un certo senso è sempre stato così, ma con l’avvento dell’intelligenza artificiale è diventato molto più semplice manipolare la narrazione”, ha sottolineato Ricciotti.

Il lavoro di Ricciotti non si limita al cinema, ma si estende a un dibattito più ampio su come costruiamo la realtà e come siamo influenzati dalle immagini. “Penso che ci sia ancora molto lavoro da fare e che sia necessario conquistare una maggiore fiducia da parte del pubblico, soprattutto quando si parla di cinema di genere, quello più puro”, ha concluso. Il suo lavoro, che si basa su un’esperienza personale e su un’ambizione che non si è mai spenta, rappresenta un esempio di come il cinema possa essere un mezzo per raccontare storie, non solo numeri.