L’islamofobia come disegno politico: le destre negano un’Italia diversa
L’islamofobia è vista come strategia politica da partiti di destra, che negano un’Italia inclusiva e diversa.

L’islamofobia, come disegno politico, sta prendendo forma in un contesto in cui le destre negano un’Italia che è diversa e inclusiva. La crescita di partiti di destra in Europa, come Alternative für Deutschland e Futuro Nazionale, si basa su una narrativa che alimenta la percezione di insicurezza e di minaccia da parte di gruppi minoritari. Questo atteggiamento, sottolineato da esponenti come Alice Weidel e Roberto Vannacci, mira a creare un’immagine di un’Italia omogenea, in cui la cultura e l’identità sono considerate incompatibili con l’immigrazione. Tuttavia, il paese è in realtà un’Italia di fatto, composta da persone con background migratorio che partecipano attivamente alla vita politica e sociale.
Un’Italia di fatto: la realtà di chi arriva e si integra
Secondo la Fondazione Ismu, al 1 gennaio 2025, in Italia vivono 5 milioni e 898mila persone di origine straniera, il 9,1 per cento della popolazione. Tra queste, si stimano 339mila persone senza permesso di soggiorno, mentre a scuola circa uno studente su otto non ha la cittadinanza, di cui tre su cinque sono nati in Italia. Questi numeri testimoniano una realtà complessa, in cui la cittadinanza e l’integrazione non sono sempre riconosciute formalmente. Tuttavia, esiste un’Italia in carne e ossa, fatta di storie, percorsi e biografie diverse, che contribuiscono ogni giorno alla vita democratica.
Le persone con background migratorio, come Raisa Labaran, una consigliera comunale a Brescia, si sentono italiane, ma spesso non hanno la formalità necessaria per sentirsi pienamente rappresentate. Labaran, nata in Italia da genitori di origine ghanese e nigeriana, ha ottenuto la cittadinanza a 18 anni e lavora in un’agenzia di prevenzione. «Certo che mi sento italiana, ma avrei voluto che per andare in gita sulla mia carta di identità non ci fosse scritto “non valida per l’espatrio”», dice. La sua esperienza è condivisa da molte altre persone, che si impegnano in politica, soprattutto a livello locale, per rappresentare una società in cui la diversità è un valore.
Un linguaggio escludente e una politica di disegno
Il linguaggio escludente, che ha caratterizzato le campagne di partiti di destra, non è frutto di una sola campagna elettorale. L’uso di termini come «remigrazione», «deportazione» o «rastrellamenti» è stato ripetuto con facilità, senza coglierne la portata storica né il significato reale. Questo linguaggio, sottolinea SiMohamed Kaabour, consigliere comunale a Genova, è diventato sempre più aggressivo e ha portato a migliaia di attacchi, offese razziste e minacce di morte sui social. La violenza del linguaggio è frutto di un clima costruito in modo consapevole.
Questo atteggiamento, descritto come «disegno politico», mira a creare una società chiusa, che prende di mira un determinato gruppo e disegna tutto lo scandalo possibile affinché possa attecchire l’idea della paura. L’islamofobia, come spiega Yassine, avvocato e consigliere a Fermignano, è una strategia che si basa su una narrativa di minaccia e di esclusione, che si appropria del linguaggio femminista e della parità di genere per rappresentare le donne musulmane esclusivamente come vittime e oppresse. Le persone musulmane chiedono di esercitare il diritto di professare il loro credo nelle moschee, create in spazi privati in mancanza di una legge per l’edilizia di culto. L’unico strumento giuridico offerto loro per potersi riunire è l’associazione culturale, ma «tutte le moschee vengono strumentalmente chiamate abusive, quando in realtà, a livello giuridico, nessuna lo è», spiega Yassine. Questo rifiuto dell’Islam non è solo un problema di politica, ma anche di diritti e di identità.
Le persone con background migratorio, come Labaran e Kaabour, non solo si sentono italiane, ma si impegnano in politica per rappresentare una società in cui la diversità è un valore. L’impegno politico di questi amministratori locali guarda anche alle nuove generazioni con una storia di migrazione in famiglia, perché si sentano riconosciuti e rappresentati. Occorre quindi, dicono, occupare gli spazi pubblici, portare la propria voce, la propria narrazione, i propri corpi, con un impegno quotidiano.
