L’idrogeno potrebbe salvare l’ex Ilva, ma servono miliardi e un piano chiaro
L’ex Ilva potrebbe tornare in vita con l’idrogeno, ma servono miliardi e un piano chiaro per salvaguardare i posti di lavoro.

L’ex Ilva di Taranto potrebbe trovare una via d’uscita con l’idrogeno, una soluzione che in Europa è già in atto. L’ingegnere Mauro Solari, esperto in valutazioni ambientali e con esperienza nella transizione del polo siderurgico di Cornigliano a Genova, ha espresso ottimismo sulla possibilità di decarbonizzare l’impianto. Secondo Solari, dal punto di vista tecnico non ci sono ostacoli, ma il vero problema riguarda l’aspetto economico e politico. L’idea di produrre il Dri (Direct Reduced Iron) in Oman e utilizzarlo a Taranto per alimentare i forni elettrici potrebbe limitare l’operatività del sito ai soli laminatoi a caldo e a freddo, riducendo i livelli occupazionali senza arrivare a un calo drastico come nel piano di Jindal.
La transizione all’idrogeno è praticabile
L’idrogeno, prodotto tramite elettrolisi, potrebbe garantire costi competitivi rispetto all’acquisto di metano. Inoltre, permette una sostenibilità economica dell’impianto, pur non raggiungendo emissioni zero. In Svezia e in Austria si stanno costruendo alcune acciaierie green, con impianti realizzati da Tenova, azienda italiana che rappresenta uno dei principali player mondiali insieme a Midrex. La transizione all’idrogeno, però, richiede un piano chiaro e una copertura finanziaria di almeno tre miliardi e mezzo di euro. Solari ha sottolineato che i tempi di realizzazione sono compatibili con la salvaguardia dei posti di lavoro, ma servono anni per completare l’intero progetto.
La soluzione non è solo tecnica, ma anche finanziaria e politica. L’ingegnere ha ricordato che la riduzione diretta è un metodo persino più antico di quella indiretta dell’altoforno. Già cinquant’anni fa Italimpianti, la società per cui lavorava, realizzò un’acciaieria a Mobarakeh, vicino a Isfahan, in Iran, basata proprio sulla riduzione diretta. Purtroppo questa tipologia di impianti non si è sviluppata nell’Europa occidentale per una mera ragione di costi: Teheran dispone infatti di metano a basso prezzo.
La cordata italiana non basta da sola
La proposta di coinvolgere una cordata di imprenditori guidata da Federacciai non ha ancora presentato un piano preciso di investimenti. Solari ha espresso timore che si ripeta quanto accaduto con Alitalia, dove i profitti andarono ai privati mentre le perdite vennero accollate allo Stato. L’apertura del governo a una partecipazione pubblica potrebbe bastare, ma non è sufficiente da sola. L’ingresso dei franco-indiani, come avvenuto con ArcelorMittal, è stato presentato come un passaggio storico, ma in realtà l’obiettivo era depotenziare un concorrente sul mercato europeo.
La gestione dell’acciaio deve essere nazionale se si ritiene un elemento strategico. Oggi Mittal, pur controllando la siderurgia francese, concentra gli investimenti in India per il minor costo del lavoro. La transizione all’idrogeno è praticabile, ma richiede un piano chiaro e una copertura finanziaria adeguata. Per rendere la transizione all’idrogeno praticabile, è necessario sbloccare i progetti sui parchi eolici offshore già previsti e risolvere il nodo delle infrastrutture di trasporto.
La bonifica del sito, inoltre, richiede studi specifici sul movimento delle acque sotterranee, e spesso la soluzione più efficace consiste nel tombare l’area e sigillare gli inquinanti. La situazione dell’ex Ilva rappresenta un caso complesso, in cui tecnologia, economia e politica si intrecciano. L’idrogeno potrebbe essere una soluzione, ma solo se accompagnato da un piano chiaro, una copertura finanziaria adeguata e una gestione nazionale dell’acciaio, se si ritiene un elemento strategico.
