Marco Bechis torna a Buenos Aires con “Ritorno a Buenos Aires” per confrontarsi con le ferite della dittatura argentina

Marco Bechis presenta al Festival di Venezia “Ritorno a Buenos Aires”, un film che esplora il tema del perdono e della memoria storica.

Un uomo in cerca di verità si reca in Argentina per affrontare il passato, in un contesto simbolicamente surreale
Un uomo in cerca di verità si reca in Argentina per affrontare il passato, in un contesto simbolicamente surreale

Al Festival di Venezia 2026, Marco Bechis chiude la sua partecipazione con il film “Ritorno a Buenos Aires”, un’opera che torna a confrontarsi con le ferite della dittatura argentina. Diciotto anni dopo “Birdwatchers” e a oltre venticinque anni da “Garage Olimpo”, Bechis porta sullo schermo una storia che si concentra sulle conseguenze di un regime violento e su una ricerca di perdono e verità. Il film, in cui Adriano Giannini interpreta un sopravvissuto alle torture, si svolge in un contesto simbolicamente surreale, con ambientazioni che ricordano le prigioni del regime Videla.

Memoria e giudizio morale

Il protagonista, Mariano Guerra, vive in una Torino nebbiosa nel 2008, dove è assillato dalle telefonate del tribunale di Buenos Aires. La sua testimonianza al processo contro i torturatori del regime sarebbe gradita, ma Mariano, sopravvissuto grazie a un accordo con gli aguzzini, si trova in una situazione complessa. Il film si svolge in un contesto ambientale chiuso e oppressivo, con spazi che ricordano le celle di prigione. Il peso della memoria storica e del giudizio morale si riversa su Mariano, che rischia di condividere dopo 30 anni la casella dei torturatori.

Il film si concentra su una faticosa esplosione del personaggio di Mariano.

Un racconto essenziale e urgente

“Ritorno a Buenos Aires” è un unico filo narrativo che si evolve attraverso le azioni e le parole di Mariano. Il film si distingue per la sintesi e l’essenzialità della messa in scena, che trasmette un’urgenza forse più forte dei conti che Mariano vuole fare con il passato e con la necessità di perdono. Il contesto ambientale, con corridoi che separano testimoni da imputati e faldoni di archivi, crea un’atmosfera oppressiva e assurda, che riflette la complessità del tema trattato.

Il film si svolge in un clima simbolicamente surreale, con le stanze disposte come celle e un bagno in comune che il tribunale riserva a Mariano. Nelle ore che precedono il processo, dove gli viene spiegato “potrebbe diventare da testimone a imputato”, Mariano incontra la figlia di una sua compagna di lotta desaparecida, che vuole la verità su sua madre. Il film non si limita a raccontare la storia, ma si concentra su una faticosa esplosione del personaggio di Mariano, che cerca una svolta nella sua amara vita.

Il film non si limita a raccontare la storia, ma si concentra su una faticosa esplosione del personaggio di Mariano.

Un’opera che va oltre la retorica

“Ritorno a Buenos Aires” è un gran buon film, riuscito in ogni piega e colore del racconto. Il film va ben oltre la retorica di quel cinema “politico” tanto in voga negli anni di “Garage Olimpo”. La regia di Marco Bechis si distingue per la sintesi e l’essenzialità della messa in scena, che trasmette un’urgenza forse più forte dei conti che Mariano vuole fare con il passato e con la necessità di perdono. La prova di Adriano Giannini è straordinaria, con una performance maiuscola che non aveva mai offerto in carriera.

Il film, in uscita in sala il 10 settembre, offre agli spettatori l’opportunità di vedere la vita di Mariano e la sua ricerca di verità. L’opera non si limita a raccontare una storia, ma si concentra su una faticosa esplosione del personaggio di Mariano, che cerca una svolta nella sua amara vita. Il film è un’opera che va oltre la retorica e che si concentra su una ricerca di verità e perdono, in un contesto simbolicamente surreale.