Marco Bellocchio: la fame di cinema e la ribellione senza fine

A Locarno Film Festival, il documentario “La porta della realtà” esplora la passione e la dedizione del regista per il cinema.

Un regista italiano, circondato da famiglia e collaboratori, presenta un documentario al Festival di Locarno
Un regista italiano, circondato da famiglia e collaboratori, presenta un documentario al Festival di Locarno

Marco Bellocchio, 86 anni, si presenta al Locarno Film Festival con un documentario intenso e personale intitolato “La porta della realtà”, prodotto da Loft. Il film, diretto da Fabio Lovino, esplora la passione e la dedizione del regista per il cinema, una carriera che lo ha visto ribelle, innovatore e sempre in cerca di nuove sfide. Il documentario, presentato in questi giorni al 79esimo Festival, offre un’immagine intima e profonda del maestro di Portobello, che non si ferma mai e continua a cercare di ridefinire la sua ribellione.

La famiglia e il cinema come un’unica realtà

I figli di Bellocchio, Piergiorgio e Elena, danzano sull’orlo del burrone durante l’osservazione e la presentazione dell’essere paterno. Il primo, avuto con Gisella Burinato, e la seconda, con Francesca Calvelli, testimoniano una vita familiare che si intreccia con il lavoro del padre. La collaborazione tra Bellocchio e la montatrice Calvelli, che lo ha seguito dal 1994, è diventata una seconda lingua, un’arma peculiare e impossibile da imitare. Questa relazione, che va oltre il lavoro, ha trasformato il cinema in una forma di espressione totale, un’arma puntuta e saltellante.

Un cinema che si forma nella realtà

Il cinema di Bellocchio non è mai dato, se non attraverso schizzi e disegni aguzzi e sghembi, fino agli attimi della realizzazione sul set e in post produzione. Il documentario mostra come il regista si forma attraverso la realtà del set, il componimento creativo e la definitiva rappresentazione in scena di ciò che vuole raccontare. In un momento di lavoro con il produttore Silvio Clementelli, il regista chiede a Beppe Lanci di “schiarirle un po’”, rivelando i contorni reali e profondi del suo lavoro. Il cinema di Bellocchio è una suggestione visiva e psicologica, che si costruisce tra mancanza di serenità e incessante lavorio di ispirazione.

Non solo il tema del “tradimento” rispetto alla propria “educazione, al padre e alla madre, alla propria famiglia”, ma anche “l’allontanamento dal cattolicesimo, dal capitalismo, dalla psichiatria tradizionale” è parte del suo cinema. Il documentario, che si presenta come un osservazione di qualcosa di artisticamente in totale divenire, mostra come Bellocchio non si rassegna ad essere un venerato maestro. Anzi, forse si era fermato a metà anni settanta prima della “cura” Fagioli. L’accelerazione del suo lavoro negli ultimi vent’anni, da “L’ora di religione” in avanti, è stata letteralmente fulminante.

  • Bellocchio non si ferma mai
  • Il cinema è una forma di dedizione patologica
  • La collaborazione con la famiglia è un’arma unica

Il documentario, che esplora la sua instancabile fame di regia cinematografica, mostra anche come il regista non si limita a un’interpretazione esterna del suo lavoro. Il cinema di Bellocchio è una suggestione che si forma solo e soltanto tra la mancanza di serenità e l’incessante lavorio di ispirazione. La sua passione per il cinema, che lo ha portato a ribellarsi e a ridefinire la sua stessa ribellione, è il cuore del documentario, che lo presenta come un uomo complicato, un maestro che non si ferma mai.