Netanyahu e l’attacco del 7 ottobre: le ore decisive e le omissioni
Netanyahu non ha reagito tempestivamente all’attacco del 7 ottobre, causando un grave ritardo nella risposta alle minacce.

Il 7 ottobre 2026, Israele ha subito un attacco che ha scosso il Paese e ha acceso nuove tensioni. Il premier Benjamin Netanyahu, come rivelato da una ricostruzione dettagliata, non ha agito tempestivamente, causando un grave ritardo nella risposta alle minacce. Le ore decisive del giorno sono state segnate da un insieme di omissioni, ritardi e decisioni che hanno alimentato le domande su come potesse evitarsi il massacro. La Festa delle Capanne era appena finita e lo shabbat cominciava, quando Netanyahu ha dormito più tardi del solito, senza lasciare istruzioni per il mattino.
Le prime segnalazioni e le reazioni del governo
Le prime segnalazioni dell’attacco sono arrivate alle 6.29, attraverso un messaggio WhatsApp del generale Avi Gil, addetto militare del premier. Tuttavia, Netanyahu non ha ricevuto alcuna registrazione della chiamata. Lo Shin Bet aveva rilevato i primi movimenti nella Striscia da oltre un’ora, ma il premier non ha risposto alle richieste di informazione. A 6.40, ha chiamato Gil e ha espresso irritazione per il fatto che l’intelligence non avesse segnalato nulla. Ha chiesto se fosse possibile richiamare i riservisti, eliminare i vertici di Hamas e sigillare il confine, ma le inchieste militari hanno rivelato che l’Idf non riuscì a chiudere la Striscia per ore, con 767 soldati contro circa cinquemila assalitori.
Netanyahu non ha chiamato né il capo di Stato maggiore Herzi Halevi né il capo dello Shin Bet Ronen Bar, pur avendo ricevuto segnalazioni di movimenti sospetti. A 7.30, ha dichiarato di essersi messo in viaggio verso la Kirya, il comando militare di Tel Aviv, ma i verbali dello Shin Bet indicano un arrivo alle 8.22, con un ritardo di circa un’ora. I vicini di Cesarea confermano una partenza più tarda, e alcuni osservatori hanno sottolineato che non esiste una ragione plausibile per un ritardo di 45 minuti.
Le decisioni e le omissioni del governo
A 8.40, il ministro della Difesa Yoav Gallant, che abita ad Amikam, a ottanta chilometri, è già arrivato alla Kirya alle 8, mentre Netanyahu non è presente. A 9.30, tre ore dopo l’attacco, il premier convoca finalmente una riunione. A 9.47, Gil legge per la prima volta la valutazione preparata da Bar in un briefing delle 5.15, un’ora prima dell’assalto. Per Netanyahu, questa è la prova che le informazioni decisive restavano nelle mani dei servizi.
Netanyahu ha trovato il tempo di sentire Rutte, e di dirmi che nemmeno in un momento simile avrebbe rimosso Ben-Gvir e Smotrich, perché non voleva un governo di unità nazionale. A 9.55, ha un colloquio con Halevi, insieme a Bar, Gallant, il capo del Mossad David Barnea, il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi e il generale Oded Basiuk. Il consigliere Topaz Luk difende il capo: «L’unico che funzionava e gestiva gli eventi era Netanyahu. Tutti gli altri erano sotto choc».
A 10.30, ha avuto il primo colloquio con un leader straniero, l’olandese Mark Rutte, non ancora segretario generale della NATO. Una scelta che ha suscitato molte domande. A 11.35, ha inviato un messaggio in video: «Cittadini d’Israele, siamo in guerra». A 12.30, ha convocato una riunione nell’ufficio di Tel Aviv con i ministri di Finanze, Esteri, Sicurezza nazionale, Edilizia (le colonie) e Affari strategici. A 13.45, quasi sette ore dopo l’attacco, è arrivato l’ordine di distruggere le forze di Hamas penetrate in Israele, ma l’attenzione, dispone il premier, deve restare su Cisgiordania e Hezbollah. A 15.15 e 16.15, ha avuto le telefonate con Emmanuel Macron e Joe Biden. A 16.30, ha incontrato Yair Lapid, che ha accusato Netanyahu di non aver reagito tempestivamente.
