Livorno, il porto della cocaina: traffico internazionale e rete criminale

Livorno diventa hub per il traffico di droga, sequestri di cocaina e rete criminale transnazionale.

Porto di Livorno, container con droga sequestrata, operazioni antidroga, traffico internazionale
Porto di Livorno, container con droga sequestrata, operazioni antidroga, traffico internazionale

Un porto strategico per il traffico internazionale

Livorno, il porto della cocaina, è diventato un hub chiave per il traffico di droga, con operazioni che si estendono a livello europeo. Il porto toscano, ormai il secondo in Italia per quantitativo di droga sequestrata, ha visto nel marzo 2025 la Guardia di Finanza scoprire 2.080 chili di coca nascosti in un container che trasportava polvere di cacao. La droga, purissima e valutata quasi mezzo miliardo di euro, rappresenta solo l’ultimo anello di una catena criminale internazionale.

Una rete criminale flessibile e professionale

La droga, una volta fuori dal porto, viene divisa in due parti e sistemata in appartamenti affittati da connazionali incensurati. Questo sistema, creato dagli albanesi, permette di evitare i controlli e di distribuire la droga in modo più efficiente. «Il racconto di quel collaboratore ha avuto nel tempo un riscontro preciso nei sequestri che sono stati fatti a Livorno» spiega Ettore Squillace Greco, procuratore generale a Firenze, in passato alla guida della Procura di Livorno. La rete criminale è flessibile, con ruoli differenziati e un alto livello di professionalità. Gli intermediari svolgono un ruolo chiave, mentre le squadre addette al recupero della droga sono altamente specializzate.

La mafia albanese ha sostituito i clan calabresi nel traffico.
In Toscana, così come in altre realtà del Centro nord, non ci sono solo i mafiosi classici, ma anche realtà criminali di tipo imprenditoriale e centri di potere occulti. «Termini come inquinamento mafioso o infiltrazione mafiose appaiono ormai da tempo inadeguate per descrivere la realtà a Livorno» spiega Squillace Greco. La mafia albanese ha sostituito sul campo i calabresi, che si limitano a fare da garanti con i narcos, lasciando volentieri agli albanesi la parte operativa con i relativi rischi. «Nessun esponente della borghesia ‘ndranghetista vuole più rischiare trent’anni di carcere per un traffico di cocaina» dice il procuratore generale.

Il porto è un laboratorio per il traffico internazionale.
Livorno ha una posizione strategica nel Mediterraneo, con quattrocentomila metri quadrati di superficie e tre chilometri e mezzo di banchine. Ogni anno passano oltre quaranta milioni di tonnellate di merci, con numeri destinati a crescere con la realizzazione della “Darsena Europa”, un progetto gigantesco che costerà 400 milioni allo Stato e altrettanti alla Regione Toscana. Non è difficile pensare che alla fine l’opera finisca per sfiorare il miliardo. Una torta succulenta, sulla quale vi è il rischio che si posino mosche voraci.

A raccontarlo è l’arresto di sei albanesi e un sequestro relativamente piccolo avvenuto ad ottobre: novanta chili di cocaina. La droga una volta fuori dal porto era stata divisa in due parti e sistemata in appartamenti affittati da connazionali incensurati. Un altro deposito con quintali di cocaina, anch’esso intestato ad un signor nessuno, è stato scoperto poco dopo sempre a Livorno. L’inchiesta sul boss albanese che travolge i sogni di Kushner ha evidenziato come il porto toscano sia diventato un punto di accesso per il traffico di droga, con operazioni che coinvolgono anche la criminalità cinese e la gestione di rifiuti illegali. La droga, una volta esfiltrata, viene smistata in modo professionale, con un sistema di depositi in appartamenti affittati da connazionali incensurati.