L’Europa si gioca la sovranità tecnologica con un appalto da dieci miliardi

L’Europa punta su un appalto da dieci miliardi per rafforzare la sovranità tecnologica. Un bando chiave per il futuro dell’IA.

L’Europa investe in impianti di calcolo per l’IA, con un appalto da dieci miliardi di euro
L’Europa investe in impianti di calcolo per l’IA, con un appalto da dieci miliardi di euro

L’Europa si trova di fronte a un’occasione unica per rafforzare la sua sovranità tecnologica: un appalto da dieci miliardi di euro, che scade il 12 novembre e potrebbe definire il futuro dell’intelligenza artificiale nel continente. L’obiettivo è mobilitare almeno 20 miliardi di investimenti privati, con un ruolo chiave giocato dal denaro pubblico europeo e nazionale. Diciotto Stati membri hanno firmato l’accordo di appalto congiunto, e il 30 luglio è stato aperto il bando per realizzare fino a sette AI Gigafactories, gli impianti dove si addestreranno i modelli di prossima generazione.

La sovranità tecnologica in gioco

Il bando rappresenta una sfida cruciale per l’Europa, che ha dimostrato una diligenza senza precedenti nel regolamentare l’intelligenza artificiale negli ultimi cinque anni. La sovranità tecnologica, però, non si misura solo sulle regole, ma anche su chi controlla la capacità di costruire e di decidere. Chi controlla il calcolo, l’hardware e gli standard, governa il futuro dell’IA. L’Europa, pur spendendo miliardi, continua a possedere poco, a causa di una dipendenza tecnologica che si forma nei primi mesi e poi non si tocca più.

La parola chiave che ricorre in tutti i documenti è “sovranità”. I dieci miliardi sono la metà di quanto InvestAI aveva promesso per le gigafactories, e la quota che spetta a Bruxelles risulta vincolata a poco più di un miliardo. Il resto dipende dal bilancio pluriennale, che non è stato concordato. Stiamo discutendo di come spendere una somma che in buona parte non è ancora stanziata. L’obiettivo dichiarato è di mobilitare almeno 20 miliardi di investimenti privati, con il denaro pubblico che funge da anchor customer, assorbendo il rischio iniziale e rendendo conveniente l’ingresso del capitale privato.

Un sistema in cui si competono dentro, non sul sistema

Il rapporto che la Commissione ha in mente è di un euro pubblico ogni due privati. Gli Stati mettono i soldi che nessun investitore europeo metterebbe, il privato mette quelli che rendono, e i chip li compriamo da chi li ha sempre venduti. Sul piano contabile funziona. Sul piano industriale, però, è la ragione per cui l’Europa continua a spendere molto e a possedere poco. Il calcolo è la parte visibile del problema, e anche la più facile da comprare. Un acceleratore si acquista, si installa, si conta.

Chi controlla quello strato governa che cosa si può costruire, da chi e a quali condizioni. Chiamiamola “architettura”: i pezzi si tengono l’uno con l’altro, la proprietà intellettuale vale di più a chi ha già capacità produttiva, gli standard creano dipendenza, la finanza capitalizza la rendita, e alla fine si compete ferocemente dentro il sistema senza che nessuno competa mai sul sistema. Un paese che costruisce le autostrade con denaro pubblico e poi compra all’estero i camion, i motori e i sistemi di pedaggio non ha una sovranità dei trasporti. Ha delle autostrade, che sono utili, e la dipendenza di prima, che stavolta ha pagato lui. Che cosa si può chiedere, mentre il bando è ancora aperto? Primo, condizioni sul software scritte adesso: interfacce aperte, portabilità dei carichi di lavoro, diritto di migrazione senza costi punitivi, clausole contro il lock-in nei contratti e non nelle premesse.

La sovranità tecnologica non si misura solo sulle regole, ma anche su chi controlla la capacità di costruire e di decidere. Secondo, una quota di capacità riservata a chi rilascia modelli e pesi in forma aperta e a chi lavora con i dati pubblici europei, perché è l’unico modo per fare di un centro di calcolo un’infrastruttura di conoscenza e non un centro servizi. Terzo, che si dica quanta parte della spesa finanzia capacità cumulativa europea e quanta diventa canone verso fornitori esteri, perché finché non lo misuriamo continueremo a chiamare politica industriale quello che è approvvigionamento.