Le gemelle Rahimi e la repressione in Iran: testimonianza di una famiglia e una società in lutto

Due giovani iraniane condannate a morte per proteste, torture e processi segreti. La famiglia denuncia violazioni dei diritti umani.

Due giovani iraniane in carcere, viso segnato da torture, famiglia preoccupata per esecuzioni rapide
Due giovani iraniane in carcere, viso segnato da torture, famiglia preoccupata per esecuzioni rapide

Due giovani iraniane, Taraneh e Romina Rahimi, sono state condannate a morte e a 25 anni di carcere per aver partecipato alle proteste del gennaio 2026 a Isfahan. Le gemelle, di 19 anni, sono state arrestate, torturate e processate in seguito a un episodio di ribellione popolare che ha unito un intero paese. A fine luglio, a Isfahan, sono state impiccate pubblicamente dopo un processo in cui non è stata chiarita la loro responsabilità. La famiglia, attraverso la madre e il cugino, ha raccontato la loro storia, denunciando violazioni dei diritti umani e una repressione senza precedenti.

Le torture e la condanna a morte

Le gemelle, che frequentavano il liceo, sono state svegliate in piena notte da uomini mascherati del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e portate in carcere. La madre, Marzieh Nourmohammadi, ha scoperto che le ragazze erano state isolate e picchiate, con il viso gonfio, lividi su tutto il corpo e fratture. «Erano picchiate, con il viso gonfio, lividi su tutto il corpo, gomiti, nocche e piedi rotti. Praticamente senza capelli perché glieli tiravano e le trascinavano da una cella all’altra», ha detto al Guardian. La condanna a morte per Taraneh e 25 anni di carcere per Romina è arrivata dopo un processo a porte chiuse, senza che la famiglia potesse partecipare o visitare le ragazze.

La famiglia ha denunciato la mancanza di trasparenza nel processo. Le gemelle fanno parte del “caso di piazza Shohada di Isfahan”, un processo collettivo che ha coinvolto 16 imputati. Dieci di loro, tra cui Taraneh, sono stati condannati a morte. Le accuse contestate includono “moharebeh” (inimicizia contro Dio), possesso di armi da taglio, danneggiamento di beni pubblici e propaganda contro il regime.

Un processo segreto e confessioni estorte

Il cugino Masoud Nourmohammadi, che vive negli USA da 22 anni, ha raccontato che Taraneh sarebbe stata costretta a firmare una confessione in cui ammetteva di aver commesso atti violenti, altrimenti la sorella sarebbe stata abusata di fronte a lei. Le confessioni in tribunale, sempre estorte sotto tortura, non hanno prodotto prove del coinvolgimento delle sorelle in atti di violenza. «Ho l’impressione che vogliano incutere timore nella gente. Per dire: ‘Guardate, non importa quanto siate perbene, non importa quanto siate innocenti, possiamo prendervi. Quindi non fatevi più vedere in strada»», ha detto Masoud al The Guardian.

La famiglia teme che le esecuzioni siano accelerate. La paura è che i tempi delle esecuzioni siano molto rapidi, come già successo per altri detenuti, e che la famiglia non possa fare ricorso. «Non seguono la propria legge. C’è un periodo di 18 giorni in cui gli avvocati possono andare a presentare ricorso. Ma in molte esecuzioni avvenute di recente non è successo. Si limitano a condannare e a mandare al patibolo», ha aggiunto.

La storia di Taraneh e Romina diventa la storia di un popolo che, lo scorso gennaio, si è rivoltato al regime nel tentativo di porre fine a un governo che controlla i suoi cittadini e toglie loro ogni forma di libertà. Le organizzazioni dei diritti umani parlano di 50mila persone arrestate e tra 12 e 36 mila vittime. Mentre la Repubblica islamica parla di soli 3 mila morti. Da inizio 2026, sono oltre 500 le persone giustiziate dal regime e sono centinaia gli iraniani a essere stati arrestati e che rischiano la pena capitale.