Matteo Boe: il bandito che non ha visto i miliardi

Matteo Boe, noto per il sequestro di Farouk Kassam, parla della sua vita e delle scelte che lo hanno portato in carcere.

Un uomo anziano con barba bianca e stivali si siede davanti a un bar in Sardegna, circondato da uomini
Un uomo anziano con barba bianca e stivali si siede davanti a un bar in Sardegna, circondato da uomini

Matteo Boe si trova a Lula, in Sardegna, davanti al bar Cavallino. È un pomeriggio estivo, e l’aria è pesante. Fuori dal locale, tra uomini seduti a chiacchierare, Boe appare come uno qualunque. Con la barba bianca, gli stivali e una maglietta blu, sembra un uomo di mezza età, tranquillo e distaccato. Ma il suo passato è legato a un dramma che ha scosso l’intera isola: il rapimento del bambino di sette anni, Farouk Kassam, avvenuto nel 1992. La sua storia, però, non si limita al sequestro. È un racconto di scelte, di identità e di un rapporto con la terra che lo ha visto crescere.

Un uomo che non ha visto i miliardi

Boe, che ha scontato anni di carcere per il sequestro di Farouk, non ha mai visto i miliardi di lire che, per anni, si dicevano essere stati pagati per la liberazione del bambino. Anche i familiari di Farouk hanno sostenuto di non aver ricevuto alcun riscatto. «Non ci sono stati mediatori e il riscatto, se è stato pagato, è andato alla mia gente», ha detto Boe, con una voce calma ma determinata. La sua risposta, però, non ha cancellato il ricordo di un evento che ha lasciato cicatrici profonde. Il bambino fu liberato in una boscaglia dell’agro di Dorgali, vicino al fiume Cedrino, ma la sua storia non è finita lì.

La moglie Laura e gli altri due figli se ne sono andati da tempo e a Lula nessuno li ha più visti. Quando gli chiedo di Luisa, Boe si stacca dall’auto e si allontana, portandosi via il peso di un omicidio senza colpevoli di cui, in fondo, sa di essere l’unico vero responsabile. Non si vede il bambino di sette anni. Non si vede l’orecchio tagliato. Si vede soltanto un uomo anziano con la barba bianca, gli stivali e una maglietta blu.

Un Robin Hood incompreso

Boe si presenta come un uomo che ha scelto la strada del bandito, ma non per avidità. «Sono figlio di questa terra. È il posto in cui vivi a condizionare la tua vita», ha detto, cercando di spostare la responsabilità delle sue scelte su un contesto più ampio. La sua immagine, però, è quella di un Robin Hood incompreso, un uomo che si vede come un eroe per la sua comunità. «Non abbiamo mai trattato male gli stranieri. Sono loro ad aver violentato la nostra terra», ha aggiunto, riferendosi a episodi recenti come l’incendio delle auto di due geologi dell’Ingv.

La sua storia è interrotta da un’altra domanda: che fine ha fatto il riscatto? Per anni si è parlato di miliardi di lire messi a disposizione dai servizi segreti, in sintonia con Graziano Mesina, ma nessuno ha mai dato una risposta definitiva. I numeri, invece, sono chiari: Boe è stato condannato a 20 anni di carcere per il sequestro di Farouk Kassam. Il suo nome è legato a un periodo di violenza, fuga e processi. Ma oggi, con la libertà, sembra che il passato non lo abbandoni del tutto.

La sua figura, però, rimane un enigma. Un uomo che ha studiato, letto Nietzsche e Kafka, ma che ha scelto di vivere una vita che lo ha portato in carcere. La sua storia non è solo un racconto di crimini, ma anche di identità, di scelte e di un rapporto con un’isola che lo ha visto crescere. Il problema, guardandolo appoggiato a un’auto parcheggiata davanti al bar Cavallino, è che niente di tutto questo si vede. Non si vede il bambino di sette anni, non si vede l’orecchio tagliato. Si vede solo un uomo anziano, con la barba bianca, gli stivali e una maglietta blu. Un uomo che parla di libri e di terra, ma che porta con sé il peso di un passato che non si può cancellare.