Il cricket che unisce comunità nel Sud pontino
Un gruppo di giocatori pakistani e indiani si dedica al cricket nel Sud pontino, costruendo legami e identità.

Un campo di sogni e di comunità
Nel Sud pontino, tra i campi di erba e i mercati di prodotti locali, si svolge un’attività non solo sportiva, ma anche sociale: il cricket. Il Fondi Cricket Club, attivo nel Basso Lazio, è un gruppo di giocatori di origine pakistana e indiana che, nonostante le difficoltà, hanno trovato un posto nel tessuto sociale della zona. Per anni, il club non aveva un campo dedicato, e si allenavano dove potevano, anche nel parcheggio del mercato domenicale. Ma oggi, tra le voci di chi gioca e chi si occupa del progetto, si sente un’energia diversa: il cricket non è solo un gioco, ma un modo per costruire comunità.
La passione per il cricket è un legame con il passato e un modo per integrarsi nel presente.
Identità e passione in campo
Tra i giocatori, c’è Amir, 27 anni, arrivato dal Kashmir pakistano quattro anni fa. Lavora per una società di consegne e, la mattina, studia. Il pomeriggio, invece, si dedica al cricket. «Tra tanti posti ho scelto questo perché qui c’è la mia comunità», dice mentre raggiunge gli altri giocatori in mezzo al campo. Per lui, il cricket è un legame con il passato, ma anche un modo per integrarsi nel presente. «In Pakistan giocavamo già. Non è che abbiamo iniziato qui», ricorda. La passione per lo sport è una costante, ma la possibilità di giocare tutti i giorni è un’opportunità che manca. «Lì ci sono tanti campi e tante possibilità. È come il calcio in Italia», dice Hammad, 26 anni, che ha trovato in Italia una seconda casa.
La vita in Italia offre un’alternativa alla situazione difficile in patria.
La squadra si forma con giocatori provenienti da diverse parti del mondo, alcuni arrivati in barca dalla provincia di Kotli, altri in aereo con un visto. «Siamo abituati a vedere le persone straniere, magari provenienti da Pakistan e India, come operai, contadini, braccianti», dice Paolo De Arcangelis, avvocato che collabora con Progetto Diritti. «Vederli giocare con tanta passione mi ha fatto capire che lo sport è davvero un linguaggio universale, capace di superare le barriere». I giocatori portano con sé le loro radici, ma anche le loro ambizioni. «In Pakistan se sei bravo puoi andare avanti, anche diventare professionista», ricorda Hammad. Ma la situazione in patria era difficile, e la vita in Italia, sebbene non sempre facile, offre un’alternativa. «L’Italia ormai è la mia seconda casa: preferisco restare qui con i miei amici», dice.
La squadra continua a crescere, ma per il cricket sono poche le opportunità. «Ci sono ragazzi fortissimi, tra i migliori che giocano in Italia, ma non hanno molte occasioni», racconta Bilawal, il capitano della squadra. Dal cellulare mostra le foto di un grande torneo organizzato in Pakistan: «Ogni anno torno per 5 o 6 giorni solo per prepararlo. Vengono a vederci 30mila persone». Per Bilawal, se anche qui ci fosse la volontà di investire nel cricket, tanti ragazzi potrebbero costruirsi un futuro nello sport. «I figli dei nostri cugini e dei nostri amici sono nati e cresciuti qui», racconta. Per loro l’Italia è la prima casa e vogliono giocare a cricket perché vedono farlo ai genitori, ai fratelli maggiori, alle loro famiglie: «Hanno passione e talento: vorrei soltanto che avessero la possibilità di coltivarli».
