Ratko Mladic, il comandante serbo che orchestrò la carneficina di Srebrenica

Ratko Mladic, noto come “il boia di Srebrenica”, fu il comandante serbo responsabile della strage di oltre 8mila uomini e ragazzi musulmani nel 1995.

Un uomo in uniforme militare osserva una scena di distruzione durante la guerra in Bosnia, con bambini e civili in mezzo ai detriti
Un uomo in uniforme militare osserva una scena di distruzione durante la guerra in Bosnia, con bambini e civili in mezzo ai detriti

Ratko Mladic, il comandante serbo responsabile della strage di Srebrenica, è stato uno dei personaggi più noti della guerra nell’ex Jugoslavia. Condannato per crimini di guerra, è stato un leader militare che causò la morte di oltre 100mila persone e più di un milione di sfollati. Mladic, noto anche come “il macellaio di Bosnia”, è morto in carcere all’Aia a 84 anni, dopo aver scontato una condanna a vita nel 2017. La sua carriera iniziò con un’insurrezione serba in Croazia, prima di assumere il comando dell’esercito serbo-bosniaco, sostenuto dalla Serbia e dall’ex presidente Slobodan Milosevic, morto nel 2006 mentre era sotto processo per genocidio.

La guerra etnica e il controllo di Sarajevo

Quando nel 1992 iniziò la guerra etnica in Bosnia, Mladic divenne comandante delle forze serbo-bosniache e prese il controllo di vaste porzioni del Paese, con l’obiettivo di creare un mini-Stato serbo. I suoi uomini assediarono la capitale Sarajevo, altre città e villaggi, mantenendo la capitale isolata mentre uccidevano i civili con i cecchini. I miliziani serbi istituirono campi di concentramento per i cittadini non serbi detenuti e per i soldati nemici, uccidendo sistematicamente i prigionieri. Nel 1995 le truppe di Mladic massacrarono più di 8mila uomini e giovani musulmani a Srebrenica, l’unico caso di genocidio avvenuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Con la sua convinzione di essere Dio, Mladic impartiva ordini senza paura di essere intercettati. Gli abitanti di Sarajevo ricordano ancora i suoi ordini ai miliziani serbi che bombardavano la capitale bosniaca all’inizio del 1992: Mladic li impartiva attraverso un sistema radio militare, senza preoccuparsi di criptare il segnale, che veniva intercettato e registrato dalla polizia di Sarajevo. “Girate verso Velesici, lì non ci sono serbi”, si sentiva ordinare da Mladic ai suoi artiglieri mentre colpivano il sobborgo di Sarajevo, “bruciate loro il cervello”.

La latitanza e la vita in carcere

Nonostante le accuse di genocidio formulate dal tribunale delle Nazioni Unite, Mladic non si pentì mai. Nel 1996 iniziò la latitanza a Han Pijesak, una base militare nella Bosnia orientale costruita per l’ex leader comunista jugoslavo Josip Broz “Tito” e progettata per resistere persino a un attacco nucleare. Con la moglie Bosa, Mladic si adattò a una vita domestica forzata, trascorrendo il tempo occupandosi di api e capre. Si diceva che le sue 23 capre portassero i nomi di dignitari stranieri che disprezzava, tra cui Madeleine Albright, ex segretaria di Stato statunitense.

La sua condanna fu un momento di giustizia, ma non lo fermò mai. La fine del regime di Milosevic nel 2000 portò a nuove autorità jugoslave favorevoli alla democrazia, che lasciarono intendere di poter consegnare Mladic alla giustizia. Mladic smentì le voci e anche le successive notizie secondo cui sarebbe stato affetto da una malattia terminale. Prima di entrare definitivamente in clandestinità nel 2002, fu visto più volte in pubblico, talvolta con le sue guardie del corpo e talvolta da solo, mentre guidava per le strade della capitale. Scomparve completamente dalla vita pubblica nel 2008 e fu infine arrestato nel maggio 2011 in un villaggio vicino a Belgrado, dove si nascondeva nella modesta casa di un parente.

“Tutto quello che avete detto sono pure bugie. Vergognatevi”, urlò ai giudici delle Nazioni Unite quando pronunciarono la condanna. Già in cattive condizioni di salute al momento dell’arresto nel 2011, si ritiene che Mladic sia stato colpito da diversi ictus durante gli anni della latitanza e sia stato ricoverato in ospedale in diverse occasioni mentre era detenuto. Mladic, noto per la sua ossessione per la storia della propria nazione, considerava la guerra in Bosnia un’occasione per vendicarsi dei circa 500 anni di occupazione ottomana della regione.