I migranti in trappola: il Patto UE trasforma un centro di accoglienza in un hub di detenzione

Migranti in Bulgaria vittime di detenzione e violenze nel nuovo Patto Ue. Centri di transito diventano prigioni.

Migranti in un centro di transito a Pastrogor, Bulgaria, vittime di violenze e detenzione
Migranti in un centro di transito a Pastrogor, Bulgaria, vittime di violenze e detenzione

La situazione dei migranti in Bulgaria si è aggravata in modo drastico a causa delle nuove normative introdotte dal Patto UE, che hanno trasformato un centro di accoglienza in un hub di detenzione. A Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, un “centro di transito” costruito nel 2012 come struttura di accoglienza è diventato una prigione, passando in appena due mesi da 5 a circa 250 persone detenute. Questo scenario rappresenta un caso emblematico del conflitto tra diritti umani e politiche migratorie sempre più severe.

Detenzione e violenze in un centro di transito

Le testimonianze raccolte indicano che le forze dell’ordine hanno agito con violenza, spesso dopo aver spento le telecamere di sorveglianza e coperto i volti dei migranti con passamontagna. I prigionieri sono stati picchiati e torturati ripetutamente, con conseguenze gravi come fratture e ematomi. Inoltre, la polizia ha distrutto molti telefoni e ha costretto alcuni migranti a firmare dichiarazioni che rinunciano a partecipare a future proteste. Queste azioni sono state documentate da attivisti e organizzazioni locali, che denunciano un uso eccessivo della forza e una mancanza di trasparenza da parte delle autorità.

Le violenze sono state documentate con dettaglio, con testimonianze di migranti che hanno riportato decine di ematomi e fratture a mani e gambe. La polizia ha anche reso difficile la comunicazione, distruggendo dispositivi e limitando la possibilità di contatto con il mondo esterno. Molti migranti non comprendono le ragioni dell’incarcerazione, essendo tra i primi a subire le conseguenze del Patto. Le condizioni di detenzione sono brutali: cibo scadente, infestazioni di parassiti e caldo estremo.

Un sistema che normalizza la detenzione

Il Patto UE, entrato in vigore il 12 giugno, ha introdotto procedure d’asilo alla frontiera che permettono di trattenere i richiedenti asilo nei centri di transito per fino a tre mesi, soprattutto per chi proviene da Paesi considerati “sicuri” o con un tasso medio di accoglimento inferiore al 20 per cento. Questa normativa ha suscitato molte critiche, poiché prevede una detenzione arbitraria e limita i diritti di libertà di movimento e asilo. Inoltre, il principio di “fiction of non-entry” rende i migranti non formalmente considerati come persone nel territorio UE, riducendo ulteriore i loro diritti.

La detenzione è diventata una pratica sistematica, con il 72 per cento di calo nei tentativi di ingresso tra il 2024 e il 2025. La situazione a Pastrogor ha visto un aumento della tensione, con scioperi della fame e proteste repressi con violenza. La polizia ha reagito con forza, spesso senza motivazioni chiare, e ha reso la situazione ancora più drammatica. I migranti vengono trasferiti in strutture per la “detenzione amministrativa” a Ljubimets o Busmantsi, dove possono rimanere fino a 18 mesi.

Nonostante le condizioni estreme, migliaia di persone in cerca di una vita migliore in Europa non si arrendono. Organizzazioni solidali e attivisti continuano a supportare i migranti, lottando per la libertà di movimento e i diritti umani. Il Collettivo Rotte Balcaniche ha denunciato che questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali, normalizzando la detenzione su larga scala. La situazione a Pastrogor rappresenta un caso di grave crisi umanitaria, che richiede interventi urgenti e una revisione delle politiche migratorie dell’UE.