La prima generazione laureata con ChatGpt affronta un mondo in trasformazione
La prima generazione laureata con ChatGpt si confronta con un mondo del lavoro e della formazione radicalmente diverso.

La prima generazione laureata con l’intelligenza artificiale si trova a fare i conti con un mondo del lavoro e della formazione radicalmente diverso. Il fenomeno, ormai diffuso in modo capillare, ha reso più accessibile l’uso di strumenti come ChatGpt, ma ha anche modificato le dinamiche di accesso al mercato del lavoro e la formazione delle nuove generazioni. Il video virale su Instagram, girato durante una festa di laurea, mostra un manichino in giacca e cravatta con la testa a forma del logo di ChatGpt, simbolo di un’epoca in cui la tecnologia è entrata a far parte della vita accademica. I commenti, tra ironia e preoccupazione, riflettono un dibattito in atto su come i giovani si stanno adattando a un contesto in cui l’Ia non è più un’opzione, ma una realtà.
Un’esperienza di formazione in evoluzione
Secondo un’inchiesta condotta da El País, i primi laureati in Italia e in altri Paesi europei stanno vivendo un’esperienza di formazione in cui l’uso dell’intelligenza artificiale è diventato quotidiano. Il 90 per cento degli studenti, come rileva la Fondazione CYD, utilizza l’Ia nella vita accademica, con un impatto significativo sulle competenze e sulle metodologie di studio. Tuttavia, il dato che colpisce maggiormente riguarda la qualità del lavoro prodotto: sebbene i risultati siano spesso ottimi, gli studenti non riescono a spiegare come sono arrivati a realizzare certi elaborati, un aspetto che ha sollevato preoccupazioni tra docenti e ricercatori.
Un’altra conseguenza del diffuso utilizzo dell’Ia è la crescente fiducia nella tecnologia rispetto a se stessi. Molti studenti, come ha sottolineato un docente universitario, tendono a delegare decisioni e processi a strumenti digitali, a volte senza comprendere appieno i meccanismi dietro di essi. Questo rischio di dipendenza si estende anche al mondo del lavoro, dove le mansioni tradizionalmente riservate ai profili junior, come la gavetta, sembrano essere in parte assorbite dall’automazione.
La fiducia nella macchina rischia di ridurre la capacità di pensiero autonomo.
Un futuro in bilico tra tecnologia e umanità
La questione non riguarda solo la formazione, ma anche la capacità di adattarsi al mercato del lavoro. Secondo il Graduate Management Admission Council, un terzo dei recruiter a livello globale ha sostituito almeno un ruolo entry-level con l’intelligenza artificiale, soprattutto nel settore tecnologico e manifatturiero. Questo scenario mette in evidenza un cambiamento radicale: i giovani, pur laureati, devono affrontare un contesto in cui le competenze tecniche e quelle di base sono sempre più interconnesse, e la capacità di pensiero critico e di autonomia diventa un fattore chiave per il successo.
In Italia, la situazione ha contorni meno definiti, ma i dati di un sondaggio di Chegg indicano che il 4 su 5 degli studenti ha già utilizzato l’Ia per gli studi, con conseguenze che si fanno sentire anche sulle competenze di base. La Fondazione CYD ha rilevato che il 61 per cento degli studenti dichiara di non aver ricevuto una formazione adeguata dall’ateneo, un dato che sottolinea la necessità di un approccio più critico e consapevole all’uso di strumenti digitali.
La formazione deve includere anche la capacità di riflettere e non fidarsi ciecamente della macchina.
