Caldo record negli Stati Uniti, ma Trump mette in dubbio la scienza del clima
Caldo record negli Stati Uniti e Trump mette in dubbio la scienza del clima, dati del 2026.

A luglio 2026, gli Stati Uniti hanno registrato il mese con le temperature medie più alte dal 1895, con dati che superano la media del Novecento di quasi due gradi. Il caldo ha interessato quasi tutto il paese, con temperature notturne mai registrate in un singolo mese. Mentre gli effetti del riscaldamento globale diventano sempre più evidenti, l’amministrazione Trump continua a ridurre il ruolo delle istituzioni scientifiche e a allentare le politiche sulle emissioni. Il presidente ha definito il cambiamento climatico «la più grande truffa mai perpetrata al mondo» e ha revocato provvedimenti chiave che regolavano le emissioni di gas serra.
Caldo record e dati scientifici
Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), la temperatura media nei 48 stati continentali ha toccato i 24,9°C, quasi due gradi sopra la media del Novecento. Il record si inserisce in un’estate eccezionalmente calda anche in Europa, dove giugno e luglio sono stati i mesi più caldi mai registrati. Secondo Copernicus, il programma europeo di osservazione della Terra, la temperatura media della regione ha raggiunto i 21,62°C, 2,79°C sopra la media 1991-2020. Il riscaldamento globale non determina da solo ogni singola ondata di calore, ma alza la temperatura di partenza, rendendo più probabili e intensi gli eventi estremi.
Politiche climatiche e scienza in crisi
L’amministrazione Trump ha continuato a mettere in dubbio la scienza del clima, riducendo il sostegno federale a rapporti scientifici come l’Arctic Report Card 2026. La Noaa ha comunicato che non coordinerà più il rapporto annuale sull’Artico, una delle regioni che si riscaldano più rapidamente. La decisione ha ridotto il supporto per la pubblicazione e la realizzazione del documento. Inoltre, l’amministrazione ha revocato l’Endangerment finding del 2009, il provvedimento che costituiva il presupposto giuridico per regolare le emissioni di gas serra dei veicoli. La Casa Bianca ha presentato l’intervento come una deregolamentazione capace di far risparmiare agli statunitensi oltre 1.300 miliardi di dollari, una stima che diverse verifiche indipendenti hanno giudicato fuorviante.
La politica climatica degli Stati Uniti ha conseguenze anche fuori dai confini nazionali. A giugno 2026, la Banca mondiale ha abbandonato l’obiettivo di destinare il 45 per cento dei propri finanziamenti annuali a progetti con benefici climatici, dopo le pressioni dell’amministrazione Trump, che chiedeva all’istituzione di tornare a concentrarsi sullo sviluppo economico e di riaprire ai finanziamenti per i combustibili fossili. Il presidente ha anche provato a usare l’evoluzione della scienza climatica per mettere in dubbio la gravità del problema, sostenendo che gli scienziati avessero finalmente ammesso che le proiezioni precedenti fossero «sbagliate». In realtà, lo scenario più estremo, noto con la sigla RCP8.5, è sempre stato una traiettoria costruita per studiare cosa sarebbe accaduto in presenza di emissioni molto elevate.
Se oggi quella traiettoria appare meno plausibile è anche perché, negli ultimi quindici anni, la crescita delle rinnovabili e le politiche climatiche hanno frenato l’aumento delle emissioni rispetto a quanto ipotizzato nello scenario più estremo. Il ruolo delle attività umane nell’aumento delle temperature è ormai documentato dalla ricerca scientifica, e i record di luglio si inseriscono in una tendenza che dura da decenni, legata soprattutto alla crescita dei gas serra prodotti dalla combustione di carbone, petrolio e gas.
