Yara Gambirasio, il ritrovamento, il Dna e il caso Bossetti: un omicidio che ha scosso l’Italia
Il caso di Yara Gambirasio, ritrovata dopo mesi di scomparsa e condannata a ergastolo, ha segnato un momento drammatico nella storia italiana.
Il 26 febbraio 2011, in un campo poco distante da una discoteca a Chignolo d’Isola, un hobbista intento a provare un aeroplanino telecomandato scorse qualcosa tra l’erba alta. Era Yara Gambirasio, una ragazzina di 13 anni, che aveva scomparso il 26 novembre 2010. Indossava ancora gli abiti del giorno della scomparsa e era rimasta lì per mesi, aggredita e abbandonata a morire assiderata nella notte del tardo autunno lombardo. L’autopsia rivelò che era stata colpita con un taglierino, con ferite non mortali, e lasciata da sola a soffrire il freddo. Il ritrovamento del corpo fu un momento drammatico, che scosse l’opinione pubblica e mise in moto un’indagine complessa e lunga.
Le indagini e i vicoli ciechi
Prima che il corpo venisse ritrovato, le indagini subirono due deragliamenti. Il primo fu il localizzatore del cellulare di Yara, che venne trovato a Monza, nonostante i genitori continuassero a inviare messaggi a una segreteria che taceva. Il secondo fu un’intercettazione che portò a un operaio di un cantiere di Mapello, Mohammed Fikri, di origine marocchina. Una malatraduzione dell’intercettazione fece pensare che Fikri avesse confessato di aver ucciso qualcuno, ma in realtà non era così e l’operaio fu rilasciato. Questi episodi segnarono un momento di incertezza e di mancanza di risposte concrete.
Il caso sembrava chiuso, ma il Dna di Bossetti fu ritrovato sui leggings e sugli slip di Yara. L’operaio, arrestato il 16 giugno 2014, cercò di professarsi innocente, ma il materiale biologico era inconfutabile. I processi iniziarono a febbraio 2015, con l’ipotesi di un movente sessuale, anche se l’imputato lo attribuì alla moglie. Bossetti fu condannato all’ergastolo in tre gradi di giudizio, nel 2016, nel 2017 e nel 2018. La sentenza di primo grado lo ritenne colpevole per aver colpito Yara con pugni e strumenti da taglio, abbandonandola agonizzante in campo isolato.
I reperti e le contestazioni
Dal 2019, il team legale di Bossetti, composto da Claudio Salvagni e Paolo Camporini, cercò di riaprire il caso, a partire dai reperti conservati all’ospedale San Raffaele di Milano. Le loro istanze furono dapprima respinte, con l’argomento che il Dna fosse stato “consumato” durante le indagini. Nel 2022, la pm dell’epoca, Letizia Ruggeri, fu indagata per il trasferimento dei reperti e per le modalità di conservazione non rispettose della catena del freddo. Tra maggio e settembre 2024, la richiesta di nuove analisi fu respinta e la posizione di Ruggeri fu archiviata.
Il caso di Yara Gambirasio rimane un esempio di come le indagini forensi e le prove scientifiche possano portare a una condanna. Il ritrovamento del corpo, il Dna, l’arresto e la condanna di Bossetti rappresentano un momento drammatico nella storia italiana, che ha scosso l’opinione pubblica e ha messo in luce le complessità delle indagini criminali.
