Sport e militarizzazione: un percorso che rischia di trasformare lo sport in strumento di controllo
L’addestramento militare si avvicina allo sport: un rischio per la sua autonomia e laicità.

La collaborazione tra la Fipav e l’Esercito, formalizzata attraverso un protocollo d’intesa, segna un ulteriore passo verso una militarizzazione dello sport italiano. L’accordo, che vede la pallavolo considerata un pilastro dell’addestramento militare, solleva preoccupazioni per il rischio di trasformare lo sport in un mezzo di disciplinamento del pensiero critico, anziché un diritto laico e universale. L’addestramento militare, con le sue doti di coraggio, impegno e spirito di sacrificio, si avvicina sempre di più al mondo dello sport, mettendo in discussione il ruolo autonomo e laico delle discipline sportive.
Un modello che si espande
Non è la prima volta che istituzioni militari si interessano allo sport. Il protocollo firmato con il rugby (Fir) nel 2023 e recentemente rinnovato ha già aperto la strada a esperienze simili. In quel caso, l’Esercito ha coinvolto atleti in sessioni di team building presso unità specialistiche e di addestramento in ambiente montano, sotto la guida delle Truppe Alpine. L’obiettivo era non solo di migliorare le capacità degli atleti, ma anche di integrare le competenze sportive con quelle militari. Ora, con l’accordo Fipav-Esercito, il modello si espande a una disciplina molto popolare in Italia, la pallavolo.
La collaborazione tra Esercito e federazioni sportive ha una sua logica: in un contesto in cui il sistema scolastico e universitario non offre sufficienti risorse per lo sport, i Gruppi Sportivi Militari diventano un ammortizzatore sociale. Tuttavia, questa alternativa non è realmente alternativa. L’élite dello sport nazionale, per ottenere un contratto di lavoro, viene spesso affidata a istituzioni che non si occupano dello sport come lo fanno le società civili. Questo crea un circolo vizioso: i club formano i talenti, ma li perdono appena questi diventano forti, passando al gruppo militare. La capacità di attrarre sponsorizzazioni strutturate e di costruire un’alternativa civile stabile si riduce.
Un’educazione che si allinea con le gerarchie
La militarizzazione dello sport non riguarda solo la formazione degli atleti, ma anche la loro formazione come cittadini. L’addestramento militare, attraverso lo sport, cerca di inculcare valori che si allineano con quelli dell’esercito: coraggio, impegno, spirito di sacrificio. Questo non è più solo un addestramento fisico, ma un’educazione che mira a formare combattenti, anziché cittadini liberi. La pallavolo, uno degli sport più praticati in Italia, diventa così un veicolo per promuovere un’immagine positiva dell’esercito, contribuendo a una società in cui essere militare è visto come un valore positivo.
La presenza militare nei contesti civili, dalle scuole medie ai grandi stadi, erode gradualmente la resistenza culturale al bellicismo. La Fipav, con la sua popolarità, potrebbe diventare un’arma di soft power, contribuendo a una società in cui la militarizzazione è vista come un valore positivo. Lo sport, che dovrebbe essere un mezzo per formare cittadini liberi, rischia di diventare un mezzo per formare combattenti.
Lo sport non è più visto in funzione del benessere, del gioco, dell’integrazione, della prestazione, ma come un mezzo per forgiare un combattente.
La militarizzazione dello sport non riguarda solo la formazione degli atleti, ma anche la loro formazione come cittadini.
