Saman Abbas, condanne definitive per genitori e cugini: «La sua libertà è stata il suo reato»

Condanne definitive per genitori e cugini di Saman Abbas, uccisa per aver rifiutato un matrimonio combinato.

Saman Abbas, condanne definitive per genitori e cugini: «La sua libertà è stata il suo reato»
Saman Abbas, condanne definitive per genitori e cugini: «La sua libertà è stata il suo…

Saman Abbas, 18 anni, è stata uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021, per aver rifiutato un matrimonio combinato e per aver scelto un stile di vita considerato incompatibile con le tradizioni familiari. Le condanne definitive per i genitori e i cugini, che hanno ricevuto l’ergastolo, e per lo zio condannato a 22 anni, sono state confermate dalla Corte di Cassazione, che ha rigettato i ricorsi di tutti gli imputati. La sentenza chiude un processo considerato uno dei femminicidi più brutali e discussi degli ultimi anni in Italia.

La libertà di Saman come reato

«La sua libertà è stata il suo reato, la sua vita ne è stata la pena», ha commentato l’avvocata Maria Teresa Manente, responsabile dell’Ufficio legale di Differenza Donna. Secondo la ricostruzione dell’accusa, accolta in tutti i gradi di giudizio, Saman è stata uccisa perché si era opposta alle regole patriarcali e aveva rifiutato di sottomettersi al ruolo che la famiglia le imponeva. «Il progetto di ucciderla è nato nel momento esatto in cui Saman ha osato rivendicare il diritto di scegliere chi amare, se studiare, come vestirsi, come vivere», ha sottolineato l’avvocata.

Un caso che riguarda tutte le donne invisibili

L’avvocata Rossella Benedetti ha allargato la portata della sentenza, affermando che «rende giustizia finalmente a Saman e riguarda tutte le donne ‘invisibili’ come lei nel nostro Paese che ogni giorno si rivolgono ai nostri Centri Antiviolenza per chiedere protezione». La sentenza, ha spiegato, «riguarda la capacità delle istituzioni di riconoscere per tempo gli indicatori di rischio presenti nelle storie come quella di Saman e di adempiere all’obbligo di garantire in maniera tempestiva la massima protezione per prevenire i femminicidi».

«La vita di Ali Haider sarà per sempre distrutta, non si riprenderà mai del tutto», ha detto l’avvocata Valeria Miari, legale di parte civile che in passato lo ha assistito. Ali Haider, il fratello minore di Saman, vive con il peso di una tragedia che non ha mai smesso di segnare la sua vita. Lui comunque cerca di andare avanti. È sostenuto da una rete di istituzioni.

La sentenza definitiva ha chiuso un caso che ha scosso l’opinione pubblica e ha acceso dibattiti su diritti delle donne, libertà individuali e sistemi di protezione. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne, riconoscendo le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi. La famiglia di Saman, che ha avuto un ruolo centrale nel crimine, è ora sottoposta a punizioni definitive, mentre il fratello sopravvissuto, Ali Haider, vive con il peso di una tragedia che non ha mai smesso di segnare la sua vita.

La sua libertà è stata il suo reato, ha sottolineato l’avvocata Maria Teresa Manente. La sua vita ne è stata la pena. La sentenza ha confermato che Saman è stata uccisa perché donna ribelle alle regole patriarcali, punita perché si è sottratta al ruolo di subordinazione che l’ordine familiare le imponeva. La sua morte non è stata un eccesso, un impulso, un ‘incidente’ di un contesto culturale lontano: è stata una punizione.