Pinar Selek, la prof turca perseguitata da Erdoğan torna a processo dopo 28 anni: «La battaglia sui curdi l’ho vinta io»

Pinar Selek, sociologa turca perseguitata da Erdoğan, torna a processo dopo 28 anni. La sua battaglia culturale e politica contro il regime.

Pinar Selek, sociologa turca, attende udienza in tribunale a Istanbul dopo 28 anni di persecuzione
Pinar Selek, sociologa turca, attende udienza in tribunale a Istanbul dopo 28 anni di persecuzione

Pinar Selek, sociologa turca perseguitata da Recep Tayyip Erdoğan, torna a processo dopo 28 anni di repressione. L’udienza si terrà il 18 settembre a Istanbul, dove le autorità giudiziarie continuano a riaprire il suo caso. L’accusa, formalmente per l’esplosione di una bomba al bazar nel 1998, di fatto punta alle sue ricerche sulla comunità curda e alle accuse di collusione con il Pkk. Selek, in esilio in Francia, ha riconquistato le sue ricerche e le ha pubblicate in un libro, ritenendo che la sua “vittoria” sia per ora culturale.

La battaglia per la verità e la memoria

«Mi hanno rubato la ricerca, ma dopo 28 anni, lavorando dentro me stessa, ho recuperato tutto», dice Selek, emozionata. La sua storia è una testimonianza di resistenza e di resilienza. Dopo essere stata arrestata e torturata in carcere, Selek ha dovuto fuggire dalla Turchia per proseguire i suoi studi in Germania e poi in Francia. La sua ricerca, inizialmente incentrata sulla società curda, è diventata un’indagine su tutti i lati oscuri della Turchia moderna, inclusi il genocidio degli armeni, il nazionalismo e i diritti negati.

Non il Pkk, ma la società curda e i suoi contesti

«Sono turca e antimilitarista, non volevo occuparmi del partito armato: se mai della sua ricezione, di ciò che accadeva e accade nella popolazione, e poi delle dinamiche sociali, la cultura, la musica…», precisa Selek. Anni di ricerche finite nel nulla in un quarto d’ora. L’11 luglio 1998 la polizia turca le confisca quaderni e dischetti su cui aveva raccolto tutto il suo materiale. A 27 anni viene sbattuta in carcere, dove sarà maltrattata e torturata. Dopo due anni e mezzo viene scarcerata, ma l’incubo giudiziario ricomincia e lei si vede di fatto costretta a fuggire dalla Turchia.

Un lavoro di memoria ispirato a Primo Levi

«Ho allertato tutte le cellule del mio corpo e con un lavoro di memoria ispirato a quello di Primo Levi ho fatto ri-uscire fuori tutto», racconta Selek. Mancano dettagli, note e documenti, ma nell’insieme ha riconquistato e riportato in vita le ricerche “proibite” svolte decenni prima. Il risultato è un libro pubblicato in Francia, Lever la tête, che parla della resistenza curda. Selek spera che possa essere pubblicato anche in Italia.

Nonostante la sua rivincita culturale, Selek non ha ancora visto conclusa la persecuzione giudiziaria. L’Alta corte penale di Istanbul l’ha assolta quattro volte, ma ogni volta il processo è stato riaperto. Ankara ha chiesto la sua estradizione e ha emesso un mandato d’arresto internazionale. Selek, però, continua a combattere, anche se deve stare molto attenta a spostarsi in altri Paesi.

Un’apertura di Erdoğan e un’aspettativa di cambiamento

Da quando Abdullah Öcalan ha annunciato l’appello ai curdi a deporre le armi, Erdoğan ha virato rispetto alla guerra interna alla minoranza curda, aprendo i negoziati col Pkk. «Da un lato i curdi volevano deporre le armi da tempo: come spiego nel mio libro, è divenuto un peso sul movimento sociale», dice Selek. L’apertura di Erdoğan potrebbe avere un impatto anche sul suo processo, ma non si fà illusioni. Nonostante la repressione, Selek vede un fermento di attivismo a Istanbul. Gli incontri con il pubblico via Zoom sono affollati e pieni d’energia. Anche il 18 settembre, fuori dal tribunale, ci sarà una folla di sostenitori. Selek spera che questa volta l’udienza possa essere l’ultima, quella della definitiva assoluzione.