La pesca in Sicilia affonda: un settore in crisi e una tradizione in pericolo

La pesca in Sicilia si affonda a causa del caro gasolio e delle normative europee, mettendo a rischio la tradizione marina.

Pescatori siciliani con reti e pescherecci in un porto, con segni di abbandono e degrado
Pescatori siciliani con reti e pescherecci in un porto, con segni di abbandono e degrado

La pesca in Sicilia si affonda, un settore che ha sempre rappresentato la vita e la cultura dell’isola, oggi messo in crisi da un insieme di fattori che sembrano non avere soluzione. Il caro gasolio, l’insicurezza nel navigare in un mare segnato da resti di razzi, le normative europee e i cambiamenti climatici stanno convincendo sempre più pescatori a mollare le reti e a cercare altre attività. La tradizione marinara, che ha reso la Sicilia un’icona del Mediterraneo, rischia di scomparire, con i giovani che scelgono di non seguire i padri e di abbandonare un lavoro che, per loro, non sembra più remunerativo né certo. La marineria, che un tempo era un pilastro economico e sociale, oggi si trova a dover fare i conti con un futuro incerto.

Un settore in crisi e una tradizione in pericolo

La Sicilia rappresenta il 25% della pesca italiana, ma oggi soffre moltissimo. «Dal 2001 sono cominciati i problemi – racconta Francesco Zizzo – le normative imposte da Bruxelles colpiscono noi che siamo dentro la comunità mentre gli altri fanno di tutto senza tenere conto delle nostre regole». I pescatori siciliani, infatti, devono sottostare a regole che non si applicano a altri Paesi, come quelli nordafricani o turchi, che fanno concorrenza senza rispettare le stesse normative. «Parlo dei pescherecci dei Paesi nordafricani o quelli turchi che ci fanno concorrenza mentre noi dobbiamo sottostare alle regole imposte dall’Europa che stanno facendo sparire la marineria», spiega Zizzo.

Per i pescatori, il costo del carburante è diventato un peso insostenibile. «Se ogni pescatore sa bene che nelle uscite il costo è certo ma il ricavo è incerto, oggi la marineria siciliana non può più permettersi questa scommessa con il mare, perché l’unica certezza sembra essere la perdita», spiega un pescatore. Il prezzo del gasolio, che è aumentato del 100% negli ultimi mesi, ha reso le uscite di pesca sempre più rischiose. «Ci mancava solo la guerra in Iran che ha fatto schizzare alle stelle il costo del gasolio, anche per quello agevolato per la pesca», dice un pescatore. La situazione è diventata così critica che molti pescatori hanno deciso di demolire i pescherecci, cercando alternative più redditizie.

Un’immagine di degrado e di abbandono

La pesca in Sicilia non è solo un settore in crisi, ma anche un simbolo di un’immagine di degrado e di abbandono. «A Lampedusa la pesca è l’anima dell’economia dell’isola. I pescherecci però devono fare i conti con il mar Mediterraneo e con la crisi umanitaria, diventata ormai normalità», dice un pescatore. I relitti dei barconi migranti, che si accumulano nei fondali, danneggiano le reti e i pescatori, creando un inquinamento che non si può ignorare. «Capita spesso che dal mare portiamo su i resti dei barconi – dice Piero Billeci, presidente dell’associazione armatori Lampedusa – motori impigliati alle reti che provocano un grave danno economico». La pesca, che un tempo era un’arte, oggi si trova a dover fare i conti con un mare sempre più pericoloso e con un futuro sempre più incerto.

La demolizione dei pescherecci non è solo un atto economico, ma anche un simbolo di una tradizione che si spegne. «Per noi perdere un peschereccio è come perdere un figlio», dice Santino Adamo di Federpesca. La demolizione dei pescherecci non è solo un atto economico, ma anche un simbolo di una tradizione che si spegne. «Le leggi dell’Unione europea ci hanno dato il colpo di grazia – dice Adamo – l’economia che era nostra ora è dei tunisini, quindi non ci rimane che demolire». La marineria, che un tempo era un’arte tramandata di generazione in generazione, oggi si trova a dover fare i conti con un futuro in cui i giovani scelgono di non seguire i padri.