Milo, 10 anni, e la disgrafia: quando il pensiero non si traduce in scrittura

Un bambino dotato ha difficoltà a scrivere, ma il suo pensiero è ricco e creativo.

Bambino con quaderno disordinato e difficoltà nella scrittura, mentre parla con la madre di una storia inventata
Bambino con quaderno disordinato e difficoltà nella scrittura, mentre parla con la madre di una storia inventata

Milo, un bambino di 10 anni, vive una sfida quotidiana: il pensiero gli scorre veloce, ma la penna non riesce a seguirlo. La sua storia, raccontata attraverso un tema scolastico, mostra come la disgrafia e la disortografia possano ostacolare l’espressione di un ragazzo dotato. Nonostante abbia un linguaggio ricco e una capacità narrativa notevole, Milo si trova a lottare per trasformare le sue idee in testi scritti. La sua scrittura, spesso illeggibile, non riflette la sua intelligenza, ma una difficoltà specifica che richiede attenzione e supporto.

La sua mente è attiva, ma il mezzo per esprimerla è ostacolato. Milo è un bambino brillante, ironico e curioso. Ama i fumetti, i giochi di parole e le domande alle quali gli adulti non sanno rispondere. In classe, interviene spesso e trova collegamenti che sorprendono persino gli insegnanti. Tuttavia, quando si tratta di scrivere, il suo talento sembra scomparire. I suoi quaderni, invece di raccontare le sue storie, sembrano appartenere a un altro bambino. Le righe salgono e scendono, le lettere cambiano forma e dimensione, e le parole sono troppo vicine o separate nel punto sbagliato.

La difficoltà non è solo grafica

La valutazione neuropsicologica ha rivelato che Milo presenta difficoltà sia nella componente grafica, la disgrafia, sia nella correttezza ortografica, la disortografia. La disgrafia riguarda la fluidità e l’organizzazione del gesto scritto, mentre la disortografia si concentra sulla capacità di trasformare i suoni e le regole della lingua in parole scritte. Queste due difficoltà possono coesistere, come nel caso di Milo, ma non dipendono da scarsa intelligenza, disinteresse o mancanza di esercizio.

La sua scrittura, spesso piena di errori, non è un riflesso del suo impegno o della sua attenzione. Milo è attento, ma troppo concentrato nel modo in cui deve scrivere una parola da perdere quella successiva. Controlla la forma delle lettere e dimentica il resto della frase. Arriva alla fine del rigo e non ricorda più come voleva continuare. A casa, fare i compiti richiede sempre più tempo. I genitori, preoccupati, lo aiutano a rivedere un errore alla volta, ma il processo è estenuante.

Un cambiamento di prospettiva

La diagnosi non ha trasformato immediatamente i suoi quaderni, ma ha cambiato lo sguardo con cui gli adulti li osservano. A scuola, Milo continua a lavorare sull’ortografia e sulla scrittura manuale, ma non ogni attività viene più valutata attraverso la grafia. Può utilizzare il computer nei testi più lunghi, ha più tempo per alcune prove e non deve copiare inutilmente pagine già disponibili. Gli errori vengono corretti in modo selettivo, senza riempire ogni foglio di segni che nascondono ciò che ha cercato di raccontare.

Le sue storie non erano mai mancate. Avevano soltanto bisogno di una strada che permettesse loro di uscire. Qualche settimana dopo, la maestra propone alla classe di scrivere un racconto al computer. Milo riprende la storia dell’isola deserta e, questa volta, il bambino che legge i messaggi nelle conchiglie riesce ad arrivare fino alla fine. Scopre il nome dimenticato della tribù, salva gli animali da una tempesta e costruisce una barca per tornare a casa. Quando il racconto viene letto in classe, i compagni ridono nei punti giusti e restano in silenzio durante il finale. Milo ascolta con un’espressione quasi incredula.