Lavitola e il “metodo” mafioso: il commando parla dopo due mesi
Il commando responsabile dell’attentato a Ranucci si prepara a parlare dopo due mesi di silenzio. I bombaroli e l’unica arrestata si presenteranno in carcere.

Due mesi dopo l’attentato a Sigfrido Ranucci, il commando responsabile del gesto si prepara a parlare. Tre dei quattro esecutori materiali, insieme all’unica arrestata finita ai domiciliari, Marika De Filippis, si presenteranno giovedì 27 e venerdì 28 in videocollegamento davanti al pm dell’Antimafia romana Edoardo De Santis, nel carcere di Rebibbia. L’interrogatorio, che segue due interrogatori precedenti in cui i bombaroli avevano fatto scena muta, potrebbe chiarire l’oggetto del mandato che ha guidato l’azione. Un mandato che, secondo Valter Lavitola, considerato dagli inquirenti il mandante dell’attentato, sarebbe stato rivolto all’intermediario latitante Clesio Gomes Tavares e quindi ai bombaroli, con l’ordine di sparare alcuni colpi contro la villetta di Pomezia del giornalista di Raitre. La procura, però, sembra non credere a questa tesi.
Un mandato non travalicato
Secondo le dichiarazioni di Lavitola, l’ordine sarebbe stato di sparare alcuni colpi contro la villetta di Pomezia del giornalista di Raitre, senza però travalicare i limiti stabiliti. I bombaroli, però, hanno rivelato di non aver voluto far male a nessuno e di non conoscere né la vittima né Lavitola. «Perché Tavares, amico di D’Avino e così vicino a Lavitola, avrebbe dovuto discostarsi dal programma del faccendiere?», è in sintesi il ragionamento degli inquirenti. I bombaroli, provenienti da contesti di profondo disagio, avrebbero agito davanti alla promessa di denaro, ma non è chiaro se abbiano effettivamente ricevuto la somma. «Si è parlato di 2-3mila euro, ma non è emerso se il gruppo abbia effettivamente ricevuto la somma», precisa il legale del commando Antonio Falconieri.
Le dichiarazioni di Lavitola e il suo “metodo”
Valter Lavitola, il faccendiere al centro dell’inchiesta, ha più volte cambiato versione. Dapprima si dichiarò estraneo ai fatti, poi si fece reo confesso, spiegando di aver agito «per il bene» del conduttore e per «permettergli un innalzamento della scorta». Le sue dichiarazioni, però, sono state considerate da alcuni inquirenti come un tentativo di depistaggio. «Più merda c’è e meglio è», diceva Lavitola in un passato procedimento, riferendosi all’eventuale «accensione dei riflettori sulla vicenda». Questa frase, ripetuta in diverse occasioni, ha suscitato sospetti su un metodo mafioso che mira a creare caos per ottenere vantaggi personali.
Le intercettazioni hanno rivelato un’alleanza tra Lavitola e Ranucci, ma anche silenzi e omissioni che hanno alimentato le polemiche. Il ristoratore, infatti, avrebbe voluto ottenere vantaggi anche dalla nuova amicizia intrapresa con Ranucci, travolto intanto dalle polemiche per la dichiarazione sulla disponibilità a cenare con Riina. Gli inquirenti, però, vedono in questa situazione un’altra forma di ricatto, con Lavitola che mira all’ascesa politica dell’amico, al prezzo di un’azione che potrebbe danneggiare lui stesso.
Le prove e i messaggi falsi
Per i legali del commando, alcuni messaggi pubblicati su profili falsi potrebbero essere utilizzati come prova. Tra questi, una presunta lettera scritta da D’Avino a De Filippis, in cui si dice: «Le mani mi tremano scrivendo ma vorrei farti un libro». La risposta della donna è stata «Tu si ‘o core mio». Questi messaggi, però, sono stati considerati da alcuni legali come una strategia per distogliere l’attenzione dalla verità. Gli inquirenti, invece, cercano risposte anche all’interno dei telefoni sequestrati, sperando in chiarimenti che possano ridimensionare le misure di sicurezza.
La procura, infine, non sembra credere alle dichiarazioni del commando, che potrebbero non rispondere alle domande o avvalersi della facoltà di non rispondere. L’inchiesta, però, continua, con l’obiettivo di chiarire i rapporti tra Lavitola, Ranucci e il commando, nonché il ruolo di Tavares, l’intermediario latitante. L’attesa è alta, e il dibattito pubblico si intensifica, con l’auspicio che le risposte possano portare a una maggiore chiarezza su un caso che ha scosso l’opinione pubblica.
