L’Islanda alle urne: tornare verso l’UE o mantenere il controllo?
L’Islanda si prepara a un referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue, con tensioni su pesca e sicurezza.
Un referendum che decide il futuro dell’Islanda
Sabato in Islanda si voterà su una domanda cruciale: se il Paese dovrebbe riprendere i negoziati di adesione all’Unione Europea. Il referendum, che si preannuncia molto combattuto, non chiede direttamente se l’Islanda intenda entrare nell’Unione, ma se desidera che il governo negozi i possibili termini, inclusi quelli sulla pesca. La decisione potrebbe aprire la strada a un accordo, ma richiederebbe un nuovo referendum e una modifica della Costituzione islandese. La questione della pesca è al centro del dibattito. L’Islanda, che conta 400.000 abitanti, ha una economia in cui i prodotti ittici rappresentano circa il 40% delle esportazioni. La pesca è parte integrante dell’identità nazionale, e molti islandesi sono riluttanti a cedere anche la minima parte del controllo sulle loro acque nazionali, conquistate a caro prezzo. A mezzo secolo dalle ultime “Guerre del Merluzzo” con la Gran Bretagna, la questione è particolarmente sensibile.
Un passato di crisi e un presente di tensioni geopolitiche
L’Islanda ha presentato domanda di adesione all’UE nel 2009, un anno dopo la crisi finanziaria del 2008 che ha portato al collasso delle sue banche e della sua economia. I negoziati, iniziati nel 2010, furono sospesi nel 2013 dopo l’insediamento di un governo euroscettico. Da allora il mondo è cambiato radicalmente. L’UE si è guardata intorno, finalizzando accordi con l’India e con il Mercosur, e l’uso dei dazi doganali come arma ha ulteriormente complicato la situazione.
La guerra in Europa ha scosso le dottrine di sicurezza. L’invasione russa dell’Ucraina ha reso più complessa la posizione dell’Islanda, strategicamente situata nella regione subartica. Il Paese non ha un esercito e dipende dalla NATO e da un accordo bilaterale del 1951 con gli Stati Uniti per la sua difesa. Le minacce del presidente statunitense Donald Trump di annettere la vicina Groenlandia hanno ulteriormente alimentato le preoccupazioni degli islandesi.
Un paese diviso e un dibattito interno complesso
I sondaggi d’opinione indicano che gli islandesi sono profondamente divisi sulla questione. La linea di Reykjavik, rappresentata anche dal ministro degli Esteri Thorgerdur Katrin Gunnarsdottir, chiarisce che in qualsiasi futuro negoziato il Paese insisterebbe per mantenere il controllo sovrano su tutte le attività di pesca. Questo sarebbe difficilmente conciliabile con l’attuale politica comune della pesca dell’UE. Bruxelles ha inviato segnali positivi. Sebbene non si sia esplicitamente coinvolta nel dibattito, l’UE ha inviato segnali positivi, anche sulla delicata questione della pesca. L’adesione di un Paese ricco e stabile, già ampiamente integrato nel mercato unico grazie alla sua appartenenza allo Spazio economico europeo, potrebbe rappresentare un’ottima vetrina per la politica di allargamento dell’Unione.
Un futuro incerto e una scelta cruciale
La decisione degli islandesi potrebbe influenzare non solo la loro economia, ma anche la loro posizione geopolitica. La domanda non è solo se l’Islanda dovrebbe tornare verso l’UE, ma se il Paese ritenga in definitiva più opportuno mantenere il pieno controllo della propria economia o legarsi all’Unione. Il referendum rappresenta un momento cruciale per un Paese che, dopo anni di tensioni e cambiamenti, deve decidere il suo futuro.
