Imprenditore trevigiano chiede porto d’armi, ma giudici lo dicono no
Imprenditore chiede porto d’armi ma giudici lo dicono no, rischio percepito non basta

Un imprenditore trevigiano ha visto respinta la sua richiesta di porto d’armi, con un diniego confermato da giudici del Consiglio di Stato. L’uomo, che si sentiva non al sicuro, aveva spiegato di vivere situazioni a rischio, ma i giudici hanno sottolineato che il rischio percepito non basta a giustificare l’acquisto di una pistola. La decisione è arrivata dopo un ricorso al Tar del Veneto, perso all’inizio del 2025, e un appello al Consiglio di Stato, che ha confermato la posizione della prefettura di Treviso.
Un imprenditore in pericolo? I motivi non convincono
L’imprenditore, presidente del cda di una società con 100 dipendenti, aveva elencato diverse motivazioni per richiedere il porto d’armi. Tra queste, il licenziamento di 6 impiegati e 4 operai, accompagnato da proteste «spesso al limite dell’offesa e delle minacce». Ha anche citato la sua partecipazione a un progetto per la produzione di componenti destinati al settore militare e la necessità di ricoprire il ruolo di capofamiglia dopo la morte del padre. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che tali motivazioni non siano sufficienti a giustificare l’acquisto di una pistola.
La prefettura ha già detto no, i dati non sono a favore
La prefettura di Treviso aveva già respinto la richiesta nel 2022, indicando che non c’era «dimostrato bisogno» di circolare armato. L’uomo aveva sottolineato che la sua casa e il suo stabilimento si trovano in zone isolate e che era già stato oggetto di minacce, pedinamenti e chiamate anonime. Tuttavia, la prefettura ha chiarito che non c’erano denunce o crimini ricollegabili agli episodi descritti. Inoltre, ha sottolineato che il livello di sicurezza nella Marca era migliorato, con una riduzione significativa di furti e rapine.
Nonostante le proteste e le spiegazioni, i giudici hanno ritenuto che il rischio percepito non è sufficiente a giustificare il porto d’armi. Il pericolo per l’incolumità personale non può essere desunto automaticamente dalla natura dell’attività economica svolta. «Occorre elementi specifici dai quali emerga una reale esposizione personale al rischio», hanno scritto i giudici amministrativi. L’imprenditore, però, ha continuato a insistere, presentando una nuova memoria a giugno, ma il risultato è stato lo stesso: il porto d’armi è stato definitivamente rifiutato.
La sentenza del Consiglio di Stato ha confermato che i dati statistici relativi alla criminalità nel Trevigiano non costituiscono una ragione determinante per concedere il porto d’armi. Il rischio percepito non basta a giustificare l’acquisto di una pistola. I giudici hanno sottolineato che l’acquisto di una pistola deve essere giustificato da motivi specifici e concreti. Altrimenti, non si può girare con una pistola in tasca. La vicenda dell’imprenditore trevigiano rappresenta un caso emblematico del dibattito su come la sicurezza personale possa essere garantita in un contesto in cui la criminalità sembra in calo, ma i sentimenti di insicurezza persistono. I giudici hanno rafforzato il principio che la difesa privata non può sostituire la protezione pubblica, un concetto che sembra sempre più radicato nel sistema giuridico italiano.
