Gennaro Rea: «Parolisi potrebbe uscire tra due anni, non è più mio figlio»
Gennaro Rea esprime rabbia per la condanna di Parolisi e la mancanza di certezza nella pena.

Gennaro Rea, padre della vittima Melania Rea, ha espresso una profonda rabbia dopo la condanna di Salvatore Parolisi a 20 anni di carcere. Secondo quanto riferito, il padre non riesce ad accettare l’esito del processo e ha dichiarato che, se potesse incontrare i magistrati che hanno preso quella decisione, direbbe loro di dover perdere una figlia per capire. «Parolisi tra due anni potrebbe essere libero», ha aggiunto, sottolineando come per la figlia è diventato un estraneo e le debba un milione di euro.
Un sistema giudiziario che non punisce
Rea ha espresso la sua frustrazione nei confronti del sistema giudiziario, affermando che non tutela le vittime né punisce davvero i colpevoli. «La morte di Melania non è servita a nulla», ha detto, aggiungendo che pensa che in 14 anni non sia cambiato nulla. «Tutti i giorni leggo di donne uccise da uomini e penso che succeda perché non c’è certezza della pena», ha sottolineato, riferendosi a un fenomeno che sembra ripetersi con frequenza.
La crudeltà non è misurata dal numero di coltellate, ha sottolineato Rea, che ha criticato l’applicazione dell’aggravante della crudeltà nel caso di Parolisi. «Le donne costrette a farsi giustizia da sole, allora perché non armarle?», ha chiesto, esprimendo una preoccupazione che riguarda l’intero sistema di giustizia.
Benefici carcerari e mancanza di certezza
Il padre di Melania ha criticato i benefici carcerari concessi a chi commette crimini efferati, sottolineando che «quale buona condotta? Chi uccide con 35 coltellate dovrebbe restare in galera a vita». Ha anche sottolineato che, per la legge, la crudeltà non è data dal numero di coltellate, ma da altri fattori. «Le donne costrette a farsi giustizia da sole, allora perché non armarle?», ha chiesto, esprimendo una preoccupazione che riguarda l’intero sistema di giustizia.
Salvatore Parolisi è stato condannato in via definitiva a 20 anni di carcere, pena ottenuta grazie allo sconto derivato dalla mancata applicazione dell’aggravante della crudeltà, come nel caso di Filippo Turetta. Questo ha suscitato ulteriore indignazione da parte di Gennaro Rea, che ha visto nell’evento una mancanza di rispetto per la memoria della figlia.
La giustificazione dell’omicidio d’impeto è un insulto, ha detto Rea, riferendosi alla motivazione utilizzata nel processo. «Cos’altro doveva subire mia figlia oltre a 35 coltellate?», ha chiesto, esprimendo una rabbia che non si limita al caso specifico, ma si estende a un sistema giudiziario che, a suo parere, non offre certezza né protezione alle vittime di reati violenti.
La situazione di Gennaro Rea rappresenta un caso emblematico di come la giustizia possa non rispondere alle esigenze di chi ha subito un crimine estremo. La sua voce, sebbene non ufficiale, ha suscitato un dibattito su come migliorare il sistema per garantire una pena più severa e una protezione reale per le vittime.
La sua rabbia, però, non si limita al passato. «Parolisi potrebbe uscire tra due anni», ha detto, sottolineando come la sua condanna non sia sufficiente a garantire la sicurezza della famiglia. «Non è più mio figlio», ha aggiunto, esprimendo un dolore profondo e una mancanza di fiducia nel sistema che ha condannato un uomo per un crimine estremo.
