Enzo Bianchi, monaco anticonformista e fondatore di Bose, è morto a 83 anni dopo una vita di dialogo e impegno
Enzo Bianchi, monaco e fondatore di Bose, è morto a 83 anni. Una vita di dialogo, impegno e ricerca di senso.

Fratel Enzo Bianchi, monaco anticonformista e fondatore della comunità di Bose, è morto questa mattina, 1° settembre 2026, all’ospedale Molinette di Torino, a causa delle conseguenze di un corpo malato e fragile. Aveva 83 anni. La sua vita, lunga e intensa, è stata segnata da un impegno costante per il dialogo, la ricerca di senso e la costruzione di spazi di incontro tra persone diverse. Nonostante la malattia, non ha mai smesso di incontrare “fratelli e sorelle”, di viaggiare e di progettare il futuro.
Una vita di dialogo e impegno
Enzo Bianchi, nato il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, ha vissuto una vita che ha dato “vita ai giorni e non giorni alla vita”, come ha scritto in un suo libro. Dopo aver abbandonato gli studi in Economia per vivere in solitudine in una piccola cascina a Bose, ha fondato una comunità monastica ecumenica, accogliendo uomini e donne di diverse fedi. La comunità, riconosciuta come associazione privata di fedeli nel 2000, è diventata un polmone d’ossigeno del cristianesimo, ospitando intellettuali, artisti e persone in cerca di un senso.
Nonostante le tensioni con le autorità ecclesiastiche, Bianchi ha sempre mantenuto un atteggiamento di apertura e dialogo. Ha dialogato con figure come Umberto Galimberti, Massimo Cacciari e Massimo Recalcati, e ha sempre cercato di costruire ponti tra monachesimo e mondo. La sua capacità di immaginare un futuro, soprattutto per gli altri, lo ha reso unico e originale.
Un’esilio e una rinascita
Nel dicembre 2016, Bianchi ha sorpreso tutti dimettendosi da priore, pur restando a Bose. La comunità si è apprestata a vivere una nuova pagina, ma nel maggio 2020, con un decreto approvato da Papa Francesco, è stato chiesto al fondatore e ad altri due fratelli e una sorella di allontanarsi da Bose. La comunità è stata commissariata da un psicanalista canossiano, Amedeo Cencini, che ha indagato sulla vita di ciascun monaco e monaca.
Nel giugno 2021, fratel Enzo ha lasciato la sua casa per andare a vivere a Torino. Con lui se ne sono andati in tanti, prendendo le più svariate strade. Per il saggista è stato un periodo molto triste, scrive: “Sono nell’esilio che mi hanno inflitto”. Tuttavia, la sua tenacia e l’intraprendenza lo hanno aiutato a ricominciare. A ottant’anni, ha acquistato una cascina ad Albiano d’Ivrea e vi ha vissuto con i suoi fratelli e sorelle, oltre agli ospiti che – come a Bose – decidono di trascorrere qualche giorno con loro.
“Con il progetto Casa della Madia ho seguito la mia vocazione monastica, non ho tirato i remi in barca, nonostante gli 80 anni, e ho costruito un nuovo inizio. Voglio vivere da cenobita non da eremita”, scrive Bianchi. La sua nuova vita è stata accompagnata da un forte senso di appartenenza e di condivisione, anche se non ha mai smesso di provare nostalgia per la comunità a Magnano. La sua morte, avvenuta dopo un periodo di malattia, è stata accompagnata da un senso di pace e di accettazione. Non ha mai espresso rimpianti, ma ha lasciato un’eredità di dialogo, impegno e ricerca di senso. La sua vita, lunga e intensa, è un esempio di come è possibile vivere con coraggio e speranza, anche di fronte alla morte.
