La Duma 2026 si trasforma in una caserma: i candidati sono tutti militari o legati al potere

Le elezioni della Duma 2026 in Russia si avvicinano: i candidati sono quasi tutti legati al potere o al sistema militare.

Una sala elettorale in Russia con candidati militari e personaggi legati al potere
Una sala elettorale in Russia con candidati militari e personaggi legati al potere

Le elezioni per il rinnovo della Duma si concluderanno il 20 settembre 2026. Il sistema elettorale, basato su liste bloccate e collegi uninominali, ha reso il parlamento russo un’istituzione quasi completamente controllata dal Cremlino. Le dieci liste ammesse dalla Commissione elettorale centrale – tra cui Russia Unita, il partito fondato da Putin e Shoigu – sono schierate a senso unico, con un’assenza di pluralismo che ha lasciato il segno. Anche i candidati, in gran parte legati al sistema militare o all’apparato di sicurezza, si presentano come figure di riferimento per un’idea di Russia militarizzata e centralizzata.

Un sistema elettorale che privilegia il potere

Il sistema consociativo russo ha reso le elezioni una forma di conferma del potere esistente. Le liste bloccate, con un meccanismo di sbarramento al 5 per cento, limitano la possibilità di emergere partiti alternativi. Tra i candidati, spiccano nomi legati a operazioni militari e a ruoli di prestigio. Russia Unita, ad esempio, ha incluso 76 “veterani” tra i suoi candidati, con un bonus del 25 per cento delle preferenze per chi si presenta come ex combattenti. Questo meccanismo ha reso il partito un’entità quasi monopolistica, con un controllo totale sulle nomine.

La guerra ha reso i candidati una categoria privilegiata. Molti di loro hanno avuto ruoli chiave nell’occupazione dell’Ucraina o sono legati a operazioni militari. Tra di loro, ci sono membri delle brigate corazzate e della fanteria marittima, responsabili di atti di violenza contro civili. Maria Lvova-Belova, responsabile del trasferimento forzato dei bambini ucraini del Donbass in Russia, è tra i candidati più noti. Allo stesso tempo, il partito comunista di Zjuganov ha candidato Sergey Zacharčenko, figlio di Aleksandr, ex capo della Repubblica Popolare di Doneck. Questi nomi, spesso legati a accuse internazionali, rappresentano un’altra forma di controllo del potere.

Un’alternativa non esiste

Nonostante l’assenza di pluralismo, Jabloko, il solo partito che si è opposto a Putin e all’invasione dell’Ucraina, ha tentato di partecipare alle elezioni. Tuttavia, la Commissione elettorale centrale lo ha escluso dalla partecipazione ai seggi assegnati con il proporzionale. I 141 candidati di Jabloko correranno solo nei collegi uninominali, dove la possibilità di vincere è minima. Il partito, fondato da Javlinskij, uno degli estensori del “programma dei 500 giorni”, ha visto il suo massimo risultato vicino all’8 per cento nel 1993. Oggi, due dei suoi vicepresidenti sono in carcere o in colonia penale, un segno dell’oppressione del regime.

La legge impone i confronti elettorali, ma in pratica non si realizzano. A Rjazan, una presentatrice ha mostrato le sei tribune vuote dei candidati locali, un simbolo di una democrazia in crisi. In Buriazia, un candidato del partito comunista ha invitato al dibattito il candidato di Russia Unita, ma la trasmissione è stata interrotta. La musica non cambia, e i candidati, in gran parte legati al potere, non si confrontano realmente. La Duma 2026, quindi, non è un’istituzione democratica, ma un’altra forma di controllo del potere.