Disordini e arresti dopo la morte di un tunisino in un Cpr a Potenza, a Milano un trattenuto ingerì detersivo
Disordini e arresti dopo la morte di un tunisino in un Cpr a Potenza, a Milano un trattenuto ingerì detersivo

Un 30enne tunisino è morto cadendo dal tetto del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Palazzo San Gervasio, a Potenza, causando disordini nel centro e portando all’arresto di otto persone. A Milano, un altro trattenuto ha ingerito detersivo, un episodio che ha suscitato preoccupazioni per le condizioni di salute e di detenzione in strutture simili. L’episodio ha messo in luce criticità strutturali e mancanza di interventi adeguati, con l’attenzione su una serie di casi di autolesionismo e condizioni di vita estreme.
Condizioni critiche e mancanza di interventi
Secondo l’avvocato Arturo Covella, che segue il caso, il decesso del tunisino L.D. è avvenuto a causa di tensioni interne al Cpr, causate dal caldo, dal cibo andato a male e dalla mancanza di acqua fresca. Questi fattori hanno portato a episodi di autolesionismo, tra cui l’ingerimento di vetro e candeggina da parte di altri due ragazzi. Covella ha sottolineato che il medico del centro non era presente al momento della caduta e i soccorsi sono stati ritardati a causa delle proteste. La mancanza di personale medico e la distanza dei pronto soccorso sono state indicate come fattori aggravanti.
La responsabilità di episodi come questo è duplice, secondo Covella: da un lato c’è quella del medico che ha firmato l’idoneità, dall’altro quella della Prefettura di Potenza che non ha previsto un piano anti-suicidario.
Un sistema in crisi e richieste di chiusura
Le condizioni all’interno dei Cpr sono state descritte come estremamente critiche, con spazi caldi, materassi sporchi e mancanza di servizi essenziali. L’episodio di L.D. si è verificato a sole 24 ore dal ricovero in terapia intensiva di un altro trattenuto, Ettabouti, un marocchino di 37 anni che aveva ingerito detersivo contenente acido cloridrico a Milano. L’uomo è uscito dal coma, ma le sue condizioni sono ancora gravi. Secondo alcune ricostruzioni non confermate, l’uomo potrebbe essere stato aggredito prima di ingerire la sostanza. Le condizioni di detenzione sono state oggetto di ispezioni e denunce da parte di consiglieri locali e regionali, che hanno segnalato 17 eventi critici negli ultimi trenta giorni. Tra questi, tentativi di suicidio, ingestione di corpi contundenti, atti autolesionisti e scioperi della fame. Le persone trattenute si trovano in uno stato di forte stress psicologico, con la quasi totale assenza di privacy e un uso non regolato di psicofarmaci.
Un sistema che non protegge i fragili
Secondo Covella, i Cpr non offrono condizioni igieniche minime, con pasti scaduti, mancanza di impianti di ventilazione e antincendio, e una divisione non chiara degli spazi. L’ingresso in Cpr richiede un certificato di idoneità firmato da un medico, ma anche su questo fronte sono state riscontrate opacità. Alcuni medici denunciano pressioni da parte delle forze dell’ordine per rilasciare il nullaosta, senza tempi o strumenti adeguati.
Le Oms hanno certificato che i luoghi di detenzione amministrativa sono patogeni, cioè fanno ammalare chi vi entra. Per questo motivo, “all’interno di queste strutture entrano con troppa facilità soggetti fragili”, spiega Covella.
Il caso di L.D. è l’ennesima vittima di un sistema che ne ha già mietute diverse. Tra i decessi registrati, si segnala Moussa Balde, morto impiccato nel Cpr di Torino nel 2021, Ousmane Sylla, suicatosi nel Cpr romano di Ponte Galeria nel 2024, e Oussama Darkaoui, morto nel 2024 proprio a Palazzo San Gervasio. L’attenzione si concentra su una serie di episodi che mettono in luce la necessità di interventi urgenti per migliorare le condizioni di vita e di salute delle persone trattenute in questi centri.
