La comunità bengalese a Venezia: «Moschea oppure blocchiamo la città»
La comunità bengalese chiede la realizzazione di una moschea a Venezia, minaccia scioperi se non si ottiene il permesso.

La comunità bengalese di Venezia e Mestre ha lanciato un ultimatum al sindaco Simone Venturini: «Moschea oppure blocchiamo la città». L’associazione «Giovani per l’umanità», presieduta da Prince Howlader, ha espresso la sua determinazione a scendere in piazza se non si realizzerà il progetto di un maxi-centro di culto islamico, che avrebbe un impatto significativo sull’economia locale. L’obiettivo, spiegano, è difendere il diritto di una comunità di circa 40mila fedeli, per la metà di origine bangla, di avere un luogo per pregare e svolgere attività culturali e sociali.
Un progetto di integrazione e lavoro
La moschea, che dovrebbe ospitare anche un ristorante, una biblioteca, una scuola e un auditorium, è vista come un simbolo di integrazione e di lavoro. La comunità bengalese, che contribuisce in modo significativo al turismo e alle attività economiche locali, ha già ripulito e riqualificato un’area abbandonata, trasformandola in un punto di incontro per migliaia di fedeli. «Noi abbiamo già ripulito questo spazio che era diventato il regno del degrado e il “quartier generale” degli spacciatori», spiega Howlader. L’obiettivo, però, è chiaro: «Se scioperiamo possiamo fermare tutto».
Un progetto del Comune, non dei bengalesi
Secondo Howlader, il progetto non è «nostro», ma del Comune di Venezia. «Questo è un progetto del Comune, non un progetto “nostro”: cosa c’è adesso che non va più bene?», chiede il presidente dell’associazione. L’obiettivo è chiaro: il progetto, che avrebbe un costo di almeno 20 milioni di euro, è stato messo in discussione dopo che il sindaco Venturini ha rifiutato la richiesta di realizzare una grande moschea nel cuore della città. «Non ci sono le condizioni per realizzare una grande moschea nel cuore della città», ha detto Venturini.
La comunità bengalese, però, non si è arresa. Dopo anni di trattative, con l’ex sindaco Luigi Brugnaro che aveva indicato la zona per la moschea e il Comune che aveva messo in contatto con gli ex proprietari, la comunità ha acquistato definitivamente un terreno di circa ottomila metri quadri. «Tornare indietro, con il terreno definitivamente acquistato nelle scorse settimane, per loro non sembra ormai più possibile», dice Howlader. La comunità, però, non si ferma: «Pregheremo in strada, o davanti al Comune, ma siamo pronti anche ad andare per vie legali e ad appellarci al presidente della Repubblica Sergio Mattarella».
La situazione, però, non è semplice. La comunità ha subito diversi ostacoli, tra cui le elezioni che hanno mandato il progetto nel freezer e la vicenda che ha coinvolto Howlader, il cui possibile ingresso nel consiglio comunale è stato stoppato dal partito. «Non solo – fa sapere Nazmul Haque, segretario dei «Giovani per l’umanità» – quando finora dal Comune di Venezia avevano sempre negato anche il semplice deposito di atti relativi al progetto di realizzare una moschea, il 29 aprile del 2025 avevamo mandato una Pec al Comune con la richiesta di variante urbanistica accompagnata da una relazione. Formalmente non ci hanno mai risposto, ma nei successivi incontri ai quali era presente anche l’attuale sindaco Venturini (all’epoca assessore alla Coesione sociale, ndr.) abbiamo seguito tutte le loro indicazioni per calibrare il progetto. Per esempio, i cinque piani iniziali sono diventati tre ed abbiamo tolto cupole e minareto come ci avevano chiesto…».
La comunità bengalese, quindi, non si arrende. «Siamo pronti, quando ci sarà la moschea, ai sermoni multilingue con traduzioni simultanee in italiano, francese ed inglese. Mi chiedo se questa non è “integrazione”, se non è una prova che vogliamo realizzare questo progetto rispettando e seguendo le leggi. Altrimenti vuol dire che ce l’hanno solo con i bengalesi», conclude Howlader.
