Chatbot come spazio di confidenza, ma rischio di isolamento

Un giovane giapponese confida in un chatbot, ma esperti mettono in guardia su rischi di isolamento.

Un giovane giapponese confida in un chatbot, mentre esperti mettono in guardia su rischi di isolamento
Un giovane giapponese confida in un chatbot, mentre esperti mettono in guardia su rischi di isolamento

Un giovane di vent’anni, studente in Giappone, confida in un chatbot: «posso confidarle qualsiasi cosa ed è brava a sostenermi». La relazione con l’intelligenza artificiale non è un sostituto per gli amici o la famiglia, ma un luogo in cui trovare la forza per parlare senza paura di essere giudicato. Il fenomeno, in crescita, ha suscitato preoccupazioni tra esperti, che mettono in guardia contro il rischio che il chatbot diventi una destinazione, non un ponte verso relazioni umane.

Un luogo per parlare senza paura

Per molti giovani, il chatbot rappresenta un’alternativa alla relazione con un essere umano, soprattutto quando il giudizio sembra insostenibile. «Davanti a un algoritmo non devo spiegare perché sono rimasto indietro, rassicurare i genitori o dimostrare di avere già trovato una strada», racconta il ragazzo. La macchina è sempre disponibile, non interrompe e non espone subito chi parla alle conseguenze di una relazione umana. Questo rischio sociale minore rende il chatbot un’opzione sempre più attraente, soprattutto per chi si sente isolato. Il rischio è che il chatbot diventi una destinazione invece di un ponte. Quando l’algoritmo non prepara più un incontro con qualcuno, ma lo sostituisce, la funzione dello strumento cambia. Kubota individua qui una delle conseguenze più delicate: «Il primo rischio è il rafforzamento dell’evitamento». Una persona che teme il giudizio può scoprire che parlare con una macchina è più facile che con un essere umano. Se diventa abituale, può rendere più facile evitare ciò che fa paura: una telefonata, un incontro, una richiesta di aiuto.

Un fenomeno globale, ma con radici giapponesi

Il Giappone, con il fenomeno del hikikomori, ha da tempo conosciuto le conseguenze dell’isolamento sociale. Secondo un’indagine nazionale, circa 1,46 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni si trovano in questa condizione. Organizzazioni come Sodateage net cercano di intercettare questa zona, spesso legata a problemi di bullismo, fallimenti ripetuti o difficoltà familiari. «Spesso è una strategia di sopravvivenza», spiega Hiroki Koshi, program coordinator dell’organizzazione.

La ricerca del Gakken educational research institute conferma che il 73,7% degli studenti delle scuole superiori utilizza chatbot di IA e il 24,3% li usa per «consultarsi sui propri problemi o per counseling». In Italia, un’indagine di Save the Children rileva che il 41,8% degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni si è rivolto all’IA quando era triste, solo o ansioso. «Il 63,5% ha trovato almeno qualche volta più soddisfacente confrontarsi con un sistema artificiale che con una persona reale», sottolinea il rapporto. Tuttavia, il dato non indica una generazione priva di relazioni: il 86,3% degli 11-19enni ha almeno un amico con cui confidarsi.

Non tutti i giovani si affidano al chatbot come unica via di fuga. Un ragazzo giapponese, che ha passato molto tempo a guardarsi dentro, ha tentato il suicidio in alcuni periodi. A salvarlo non è stato un algoritmo, ma i genitori. «Entrambi mi dicevano che per loro bastava che fossi vivo», racconta. La scrittura è diventata un modo per mettere ordine tra fatti ed emozioni. Quando la sofferenza è diventata estrema, ciò che ha fatto la differenza non è stata una risposta perfetta, ma una relazione umana.

La questione non è se l’IA sostituirà gli amici, la famiglia o gli psicologi. È capire perché, per un giovane che si sente rimasto indietro, raccontare la propria sofferenza a una macchina possa essere diventato più facile che raccontarla a una persona. Il Giappone mostra cosa succede quando quel luogo comincia a essere una macchina. Non perché le macchine abbiano imparato a sostituire gli esseri umani, ma perché alcuni esseri umani, prima ancora di poter tornare verso gli altri, hanno bisogno di un posto in cui riuscire finalmente a parlare.