Alluvione in Nepal: don Bogati chiede preghiere e solidarietà per le vittime
Emergenza alluvione in Nepal: 469 morti e 2000 dispersi. Don Bogati chiede preghiere e aiuto.

Il Nepal vive un momento drammatico a causa di un alluvione senza precedenti, che ha causato 469 morti e oltre 2.000 dispersi, tra cui 644 stranieri. Don Silas Bogati, amministratore apostolico del Vicariato cattolico del Nepal, ha lanciato un appello per preghiere e solidarietà, mentre i soccorsi, ostacolati da frane e condizioni estreme, cercano di raggiungere le comunità isolate. L’emergenza, che ha colpito la regione con una violenza inattesa, ha trasformato un percorso frequentato da pellegrini e turisti in un pericoloso scenario di distruzione.
Un disastro di proporzioni enormi
La piena, generata dal collasso improvviso di un ghiacciaio in quota, ha liberato una massa enorme di detriti che ha corso verso valle con una violenza inattesa, causando distruzione lungo il suo percorso. Intere comunità sono state sorprese senza possibilità di fuga, mentre le squadre di soccorso, ostacolate dal maltempo e da nuove frane, continuano a operare in condizioni estremamente complesse. La situazione resta instabile e il rischio di ulteriori cedimenti non è escluso.
Don Silas, raggiunto telefonicamente, ha spiegato che la natura ha mostrato la sua potenza distruttiva, ma la fede mostra la sua capacità di resistere. “È la seconda volta che questa regione viene colpita da un disastro simile”, ha detto, “ma questa volta le proporzioni sono enormi”. La comunità cattolica, che vive in circa venticinque famiglie nell’area colpita, prega con particolare intensità in queste ore, mentre il governo nepalese ha dichiarato l’area “zona colpita da disastro” per tre mesi e ha disposto cure mediche gratuite per i feriti.
La Chiesa sostiene i più vulnerabili
La Chiesa cattolica locale, attraverso Caritas Nepal, ha avviato interventi di emergenza con distribuzione di aiuti, assistenza alle famiglie isolate e sostegno alle comunità più vulnerabili. La fede ci sostiene e ci ricorda che non siamo soli. Nelle parrocchie, nei centri di accoglienza e nei luoghi improvvisati di rifugio, la comunità continua a sostenersi reciprocamente, condividendo quel poco che è rimasto e cercando di mantenere viva la speranza. I feriti, molti dei quali recuperati tra le macerie dei villaggi spazzati via dall’acqua e dal fango, sono stati trasportati in condizioni difficili verso i centri sanitari ancora raggiungibili, mentre decine di ponti crollati impediscono l’accesso a intere comunità. Alcuni enti hanno già risposto offrendo aiuto, e il sostegno sta arrivando da più parti. Don Silas, che ha raccontato di una conoscente salvata per un soffio, chiede di unire le mani e sostenere il popolo che soffre. Occorre unire le mani, elevare lo sguardo, sostenere questo popolo che soffre.
