Alluvione in Nepal: rischio di una seconda ondata catastrofica
Alluvione in Nepal: rischio di seconda ondata dopo colata di detriti e ghiacciai
L’alluvione che ha colpito la regione himalayana tra Nepal e Cina ha creato un rischio di una seconda ondata catastrofica, a causa di dighe naturali formate dai detriti trascinati dalla piena. L’International Centre for Integrated Mountain Development (Icimod) ha avvertito che l’accumulo di ghiaccio, rocce e fango potrebbe ostruire temporaneamente il fiume in un tratto stretto, generando un pericolo secondario per le comunità a valle. La catastrofe, che ha investito sette distretti del Nepal, ha distrutto stazioni di monitoraggio idrologico e minacciato impianti elettrici. La valanga di detriti e ghiacciai ha percorso quasi 170 chilometri lungo la valle del Bhote Koshi, causando la sommersione di edifici e la distruzione di mezzi di trasporto.
Un “tsunami interno” lungo 170 chilometri
Secondo la storica dell’ambiente Ruth Gamble, dell’università australiana La Trobe, la massa di acqua e detriti si è comportata come uno “tsunami interno”, percorrendo quasi 170 chilometri lungo la valle del Bhote Koshi fino al Nepal centrale. Tra le località colpite figura Syabrubesi, punto di accesso a percorsi di trekking e tappa per i pellegrini diretti verso il monte Kailash, luogo sacro per buddhisti e induisti. La piena si è abbattuta mercoledì mattina sui villaggi e sulle città situati lungo i fiumi Bhote Koshi e Trishuli. Un filmato ripreso dalle telecamere di sorveglianza sul lato cinese del confine mostra un’enorme parete di fango e detriti schiantarsi contro un edificio di diversi piani e sommergerlo, mentre decine di persone tentano di mettersi in salvo.
La corrente ha trascinato autobus, camion e automobili, causando danni estesi e mettendo in pericolo la vita di molte persone. Nel distretto nepalese di Nuwakot, un insegnante ha raccontato di aver visto nove camion, con persone a bordo, spazzati via dall’acqua. La velocità con cui i livelli dei fiumi si sono alzati ha lasciato poco tempo per reagire, con un aumento di 9 metri in appena 30 minuti a Galchchi e di sette metri in un intervallo analogo a Malekhu.
Non è stato un terremoto
Lo United States Geological Survey ha chiarito che la catastrofe non è stata provocata da un terremoto, come si era ritenuto nelle prime ore. La scossa inizialmente classificata come un sisma di magnitudo 4,4 sarebbe stata prodotta dal collasso di un ghiacciaio e dalla successiva, gigantesca colata di detriti. L’analisi delle stazioni sismiche, delle onde a lungo periodo e delle immagini satellitari ha permesso di escludere che si sia verificato un terremoto. Il cambiamento climatico sta accelerando lo scioglimento dei ghiacciai in molte aree del pianeta, aumentando il rischio di collassi e improvvise esondazioni dei laghi glaciali.
Qianggong Zhang ha avvertito della possibilità di una seconda piena, poiché un accumulo di materiali continua a ostruire il corso del fiume a monte, al confine tra Nepal e Cina. Gli esperti dell’Icimod continuano ad analizzare dati idrologici e sismici, immagini satellitari e rilevamenti sul terreno per individuare l’origine dell’evento e valutare i rischi ancora presenti a valle. L’aumento record dei fiumi ha causato un incremento esponenziale dei livelli d’acqua, con un aumento di 9 metri in appena 30 minuti a Galchchi, e di sette metri in un intervallo analogo a Malekhu.
Agli abitanti delle zone considerate a rischio lungo i fiumi è stato ordinato di lasciare le proprie case, mentre le operazioni di soccorso proseguono con l’aiuto dell’esercito nepalese, che sta effettuando voli nelle aree maggiormente isolate e ha già evacuato decine di persone. Rasuwa, nel nord del Nepal, è stato il primo distretto investito dalla piena, ma vittime sono state segnalate in sette distretti. L’ondata ha proseguito il suo percorso fino a Chitwan, nel sud del Paese, vicino al confine con l’India.
