Gessica Généus: «Il cinema è un modo per dare un volto alle statistiche»

Gessica Généus racconta l’Haiti attraverso il cinema, dando voce a chi vive la libertà a costo della paura.

Gessica Généus, regista e attrice haitiana, ha presentato il suo film Marie Madeleine al Festival di Cannes 2026, dove ha vinto il Premio Villa Medici per il Miglior Film. Il film, ambientato in un’Haiti contemporanea, racconta la storia di una donna che vive di prostituzione e si confronta con le contraddizioni di un paese in cui la libertà si misura con la paura, la violenza e le convenzioni sociali. «Realizzo i miei film per dare un volto alle statistiche», ha detto Généus, che ha scelto di interpretare la protagonista, Maria Maddalena, una donna che vive in un bordello e si trova a interagire con un mondo apparentemente inconciliabile: il conservatorismo della comunità evangelica e la rottura delle convenzioni del bordello.

La libertà in un paese in cui la paura è quotidiana

«Ti dico cos’è per me la libertà: non avere paura», ha detto Nina Simone, una frase che chiude il film e che Généus ha scelto come filo conduttore. Per lei, la libertà non è un concetto astratto, ma una realtà che si costruisce attraverso il coraggio di vivere senza paura. «Penso di aver provato la libertà più ad Haiti che in qualsiasi altro posto», ha spiegato. «Quando non hai nulla da perdere, sei più vicino alla libertà. Quando la tua vita è costantemente in pericolo, metti in discussione tutto.»

Il film mostra come la libertà in Haiti sia spesso accompagnata da violenza e paura. «Hanno osato vivere nel modo in cui sentono di dover vivere e sono stati picchiati, minacciati, fino a mettere la loro vita in pericolo», ha detto Généus, riferendosi a chi, pur sapendo i rischi, sceglie di vivere la propria identità. «Eppure non si sono fermati.»

Un cinema che racconta le donne haitiane

«Oggi, cinque anni dopo, che cosa è cambiato per le donne haitiane?», si chiede Généus. La risposta è triste: «Per la prima volta sono senza speranza». Le donne haitiane, come gli uomini, soffrono a livelli diversi e per ragioni diverse. «A questo punto non è più una questione di genere: tutti stanno semplicmente soffrendo», ha osservato. La violenza, la mancanza di diritti e la marginalizzazione sono un’esperienza comune, ma non sempre visibile. «Nessuno sembra voler affrontare questa situazione drammatica, lasciando che peggiori sempre di più», ha aggiunto. «C’è gente che dorme per strada, tante donne e tanti uomini vengono braccati dalla polizia. Gli uomini vengono uccisi perché sospettati di appartenere alle bande, e i membri delle bande uccidono a loro volta chi ritengono collabori con la polizia.»

Un’arte che cerca di dare voce a chi è invisibile

Généus ha spiegato che il cinema ha un ruolo importante nel raccontare le storie da una prospettiva diversa. «Credo che il cinema e l’arte svolgano un ruolo molto importante nel raccontare le cose da una prospettiva diversa», ha detto. «Realizzo i miei film per dare un volto alle statistiche di cui sentiamo tanto parlare.»

«L’industria del cinema è prolifica ad Haiti?», ha chiesto. «Ci sono molti documentari e cortometraggi, mentre i lungometraggi di finizione sono più rari.» La produzione cinematografica in Haiti è limitata, e la mancanza di finanziamenti e di supporto istituzionale rende difficile il lavoro di chi vuole raccontare la realtà del paese. «Con il mio passaporto è davvero difficile accedere ai finanziamenti», ha spiegato Généus, ma non intende mollare. «Ho il privilegio di avere accesso a un luogo che nessuno conosce davvero. E sento di dover approfittare di questo privilegio.»

«Haiti è una repubblica longeva, 218 anni, che cosa resta di quella idea radicale di libertà nella società haitiana di oggi?», si chiede. «È scomparsa del tutto. Tutti gli ideali sono scomparsi. Non ne è rimasto nulla.» La libertà, in un paese senza Stato di diritto, si è trasformata in caos e autodistruzione. «Non si può costruire una società su questi presupposti», ha concluso Généus. Il cinema, per lei, è un modo per dare voce a chi è invisibile e per raccontare una realtà che altrimenti resterebbe senza nome.