Giuseppe Caracciolo assolto dopo 10 anni: il magistrato scagionato per il fatto non sussiste
Giuseppe Caracciolo, magistrato veneziano, assolto dopo 10 anni per favoreggiamento prostituzione. Sentenza Corte d’Appello Lecce.
Giuseppe Caracciolo, presidente della Corte di giustizia tributaria di Venezia, è stato assolto dopo 10 anni di contestazioni per favoreggiamento della prostituzione. La Corte d’Appello di Lecce ha stabilito che il fatto non sussiste, scagionando il magistrato da accuse che lo avevano portato a essere sospeso dalle funzioni e a subire sanzioni disciplinari. L’assoluzione arriva dopo un lungo iter giudiziario che ha visto il magistrato condannato in primo grado e successivamente sottoposto a sospensione cautelare e a una serie di ricorsi.
Un’onta per un giudice, ma un’assoluzione dopo dieci anni
La vicenda ha avuto inizio il 1° luglio 2016, quando un appartamento nel capoluogo del Salento, pubblicizzato come casa di vacanza, è stato sottoposto a sigilli. L’immobile era utilizzato da Caracciolo e dalla sua compagna, poliziotta in aspettativa, per ospitare giovani romene che accoglievano clienti. L’accusa ha ipotizzato un concorso in favoreggiamento della prostituzione, con un’ipotesi iniziale anche di sfruttamento. La coppia è stata condannata in primo grado a un anno di reclusione e di interdizione dagli uffici pubblici, con appello annunciato.
Nel frattempo, il magistrato ha visto scattare conseguenze disciplinari. Il 28 luglio 2016, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha disposto la sua sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio, collocandolo fuori dal ruolo organico. Successivamente, il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt) lo ha sospeso dall’incarico a tempo indeterminato, bloccando l’erogazione dell’emolumento. Queste misure sono state contestate dal magistrato, che ha sostenuto che l’azione disciplinare fosse stata condotta con pregiudizio nei suoi confronti.
Un ricorso che ha scosso il Tribunale amministrativo del Lazio
Nel 2018, Caracciolo ha presentato ricorsi al Tribunale amministrativo del Lazio, chiedendo l’annullamento dei provvedimenti sanzionatori. L’organo di autogoverno della giustizia tributaria aveva ritenuto che il suo comportamento si ponesse in contrasto con la dignità dell’ufficio, menomando la credibilità e l’affidabilità del giudice tributario. Tuttavia, il Tribunale ha ritenuto infondate gran parte delle argomentazioni del magistrato, tranne una: la legge non definisce nel dettaglio quali siano i comportamenti privati da considerare riprovevoli per un giudice tributario.
Le motivazioni della sentenza hanno anche aperto un appello al legislatore, sottolineando la necessità di un intervento normativo per colmare la lacuna esistente. «Sarebbe forse auspicabile un intervento legislativo per colmare la lacuna normativa», ha scritto il Tribunale, «essendo difficilmente spiegabile che un magistrato, per la stessa condotta tenuta al di fuori dell’attività istituzionale, possa essere sottoposto a sanzione disciplinare nell’ordinamento giudiziario, con sospensione cautelare dalle funzioni, ma non possa essere sospeso dalle funzioni di giudice tributario». La sentenza di assoluzione, arrivata nel 2026, ha concluso un percorso che ha visto il magistrato passare da una condanna in primo grado a una piena scagionatura. L’assoluzione, «perché il fatto non sussiste», ha restituito al giudice la sua dignità e la sua credibilità, dopo un periodo di onta e di sospensione. La vicenda rimane un caso emblematico di come le normative possano essere interpretate e contestate, anche in ambiti sensibili come quello della magistratura.
