Cresce la resistenza al digitale: proteste contro i datacenter e l’Ia in Italia e USA
Cresce la resistenza al digitale: proteste contro i datacenter e l’Ia in Italia e Usa, con movimenti locali e attivisti che si oppongono al potere tecnologico.

La resistenza al digitale si fa sempre più forte, con proteste che coinvolgono cittadini, movimenti e amministratori pubblici in Italia e negli Stati Uniti. L’opposizione si concentra su un tema chiave: l’espansione dei datacenter e l’accelerazione del progresso tecnologico, che molti ritengono incontrollata e dannosa per l’ambiente e la società. In particolare, i giovani si mostrano sempre più scettici verso l’intelligenza artificiale, un fenomeno che, se non gestito con attenzione, potrebbe portare a conseguenze irreversibili. La protesta, seppur non violenta, si fa sentire in diversi territori, con esempi significativi come la congelazione dell’iter di allacciamento elettrico di un datacenter a Travagliato, nel Bresciano.
La resistenza culturale e ambientale
La lotta contro l’espansione dei datacenter non è solo un problema ambientale, ma anche un atto di resistenza culturale e sociale. «La lotta ambientale e cognitiva sono due facce della stessa medaglia», spiega Peter Schmidt, cofondatore dell’americana Strother School of Radical Attention, un movimento che si batte contro un modello economico che ha catturato l’attenzione umana per decenni. Il termine “fracking dell’attenzione” è usato per descrivere come le grandi aziende tecnologiche, attraverso algoritmi e dati, manipolino la percezione e il comportamento delle persone. Questo fenomeno ha trovato un’eco in Italia, dove gruppi locali, come quelli a Lacchiarella (Milano), si sono mobilitati per fermare progetti che non rispettano le esigenze dei territori.
Un movimento in crescita
La resistenza tecnologica, detta anche “tecnoresistenza”, sta prendendo forma in diversi contesti. In USA, le comunità locali hanno bloccato alcuni progetti di costruzione di datacenter, mentre in Italia si registra una forte partecipazione da parte dei cittadini. «Siamo contro il modo in cui le big tech e la politica li stanno creando, anche in Italia: senza valutare bene gli impatti ambientali, senza ascoltare la popolazione», spiega Enrico Duranti, che ha lanciato uno dei primi movimenti italiani. Il movimento si sta organizzando, con l’obiettivo di creare un comitato regionale lombardo e una manifestazione nazionale entro l’autunno.
La crescita del fenomeno è sostenuta da dati significativi: il mercato italiano dei datacenter passerà da 7,5 miliardi di dollari nel 2025 a 8,5 miliardi nel 2026, raggiungendo i 15 miliardi entro il 2031. Tuttavia, la velocità di sviluppo ha suscitato preoccupazioni, non solo per l’impatto ambientale, ma anche per la perdita di controllo sociale. «Non siamo contro i datacenter per partito preso. Siamo contro il modo in cui vengono creati», sottolinea Duranti. La resistenza, seppur organizzata, resta un fenomeno marginale, ma cresce in modo esponenziale, soprattutto tra i giovani, che si mostrano sempre più diffidenti verso l’Ia.
La politica, però, sembra ancora distante da questa forma di protesta. Mentre il Mimit (Ministero delle imprese e del made in Italy) ha lanciato sette programmi strategici per oltre 25 miliardi di euro, il dibattito pubblico si concentra su come gestire l’espansione tecnologica in modo sostenibile. «La trasparenza sui progetti è una condizione essenziale per costruire un confronto consapevole con i territori», afferma il Mase. Tuttavia, molti ritengono che la politica, spinta da interessi economici e competizioni internazionali, non abbia ancora trovato una risposta strutturata a questa forma di resistenza. La tecnologia, per quanto innovativa, non può svilupparsi senza il consenso sociale, e questo è il punto di contatto tra il movimento e le istituzioni.
La resistenza non è solo un fenomeno locale, ma un segnale di una società che chiede di essere ascoltata.
La tecnologia non può svilupparsi senza il consenso sociale, e questo è il punto di contatto tra il movimento e le istituzioni.
