Spray nasale per Alzheimer: vescicole extracellulari proteggono la memoria e fermano il declino

Nuovo spray nasale potrebbe contrastare Alzheimer: vescicole extracellulari migliorano memoria e funzione neuronale.

Ricercatori mostrano un spray nasale contenente vescicole extracellulari che potrebbe aiutare a contrastare l'Alzheimer
Ricercatori mostrano un spray nasale contenente vescicole extracellulari che potrebbe aiutare a contrastare l’Alzheimer

Un nuovo passo avanti nella lotta contro l’Alzheimer potrebbe arrivare da un spray nasale a base di vescicole extracellulari, in grado di proteggere la memoria e rallentare il declino cognitivo. Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e del Centro di Ricerca E. Menni di Fondazione Poliambulanza, ha dimostrato che queste vescicole, derivate naturalmente dalle cellule, possono raggiungere il cervello, modulare l’infiammazione e migliorare la funzione delle sinapsi. I risultati, pubblicati su Translational Neurodegeneration, sono stati verificati sia su modelli animali che su neuroni umani in provetta, indicando un potenziale impatto significativo sulla malattia.

Le vescicole extracellulari e la loro azione

Le vescicole extracellulari, rilasciate naturalmente dalle cellule, sono state utilizzate come base per lo spray nasale. Queste piccole strutture biologiche, derivate dalla membrana amniotica, sono in grado di raggiungere l’ippocampo, una regione del cervello cruciale per la memoria. I ricercatori hanno osservato che, somministrate per via intranasale, le vescicole vengono incorporate sia dai neuroni che dalla microglia, le cellule di difesa del cervello. Questo processo modifica l’ambiente infiammatorio, creando condizioni favorevoli alla funzione neuronale e alla plasticità sinaptica.

La modulazione dell’infiammazione cerebrale è chiave per il ripristino delle funzioni neurali.

Un’innovazione nata dalla sinergia di due linee di ricerca

Lo studio nasce dalla collaborazione tra due linee di ricerca: da un lato, gli studi del gruppo di Ornella Parolini, che ha esplorato le proprietà protettive delle cellule della membrana amniotica e del loro secretoma, e dall’altro, la ricerca del gruppo di Claudio Grassi, che ha investigato il ruolo della neuroinfiammazione e della plasticità cerebrale. Il Centro di Ricerca E. Menni di Fondazione Poliambulanza ha contribuito con l’esperienza nell’isolamento e nella caratterizzazione delle cellule, mentre la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS ha fornito una dimensione traslazionale, utilizzando biopsie di pazienti affetti da Alzheimer per generare neuroni umani e testare gli effetti protettivi delle vescicole. Primi autori dello studio sono Andrea Papait e Francesca Natale, che hanno integrato le due linee di ricerca, collegando la biologia delle vescicole con i loro effetti sulla neuroinfiammazione e sulla memoria. I risultati mostrano che il trattamento non agisce semplicemente “spegnendo” la risposta immunitaria, ma rimodella l’ambiente infiammatorio, creando condizioni favorevoli alla funzione neuronale.

Test su neuroni umani e miglioramento delle prestazioni cognitive

Nell’ippocampo dei topi e nei neuroni umani trattati, sono aumentati i livelli di proteine legate alla plasticità neuronale, all’efficienza della trasmissione sinaptica e ai processi di memoria. Questi dati indicano una chiara correlazione tra la modulazione dell’infiammazione cerebrale e il ripristino di condizioni molecolari favorevoli alla funzione delle reti neuronali. Gli effetti osservati a livello cellulare e molecolare sono associati a un miglioramento delle prestazioni cognitive, valutate attraverso test di memoria di riconoscimento, memoria spaziale e memoria di lavoro.

La ricerca suggerisce che le vescicole extracellulari potrebbero aprire nuove frontiere nella terapia delle malattie neurodegenerative.

Nonostante i risultati promettenti, i ricercatori sottolineano che si tratta di dati preclinici, che richiedono ulteriori validazioni nell’uomo. “Non rappresentano ancora una terapia disponibile per la malattia di Alzheimer, ma indicano una direzione molto promettente”, conclude Claudio Grassi. L’obiettivo è comprendere se i meccanismi attraverso i quali la placenta regola naturalmente l’infiammazione possano offrire nuovi strumenti per il trattamento delle malattie neurodegenerative.