Il riarmo europeo favorisce pochi, non la crescita economica

L’aumento della spesa militare non genera crescita ma concentra profitti in poche aziende.

Un gruppo di aziende italiane e europee beneficia dell'aumento della spesa militare, mentre la crescita economica rimane limitata
Un gruppo di aziende italiane e europee beneficia dell’aumento della spesa militare, mentre la crescita economica rimane limitata

La crescita della spesa militare in Europa non sembra generare un effetto di crescita economica significativo, ma si traduce in un aumento di profitti per un numero ristretto di grandi aziende. L’effetto è simile a una forma di rendita, in cui i benefici derivano da un sistema in cui la domanda pubblica incontra un’offerta fortemente concentrata e protetta. Questo fenomeno, spesso sottostimato, ha conseguenze non solo economiche, ma anche politiche, poiché può alimentare dinamiche di potere e di controllo su risorse strategiche.

Un settore chiuso alla concorrenza

Il settore della difesa è per definizione un settore chiuso alla concorrenza, caratterizzato da segreti industriali, vincoli e comandi che non sono compatibili con le normali dinamiche del mercato. Gli Stati sono gli acquirenti principali e, per molti sistemi d’arma, esiste un numero molto limitato di committenti. Questo crea una struttura di mercato in cui il potere economico è concentrato sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta. Le imprese che operano in questo settore non solo sono poco integrate con il sistema economico diffuso sul territorio, ma presentano spesso caratteristiche dell’output che non favoriscono né lo spin-off tecnologico né un impatto significativo sul resto del sistema economico. Il moltiplicatore di reddito e occupazione degli investimenti in difesa è quindi solo un quinto di quelli degli investimenti in energie rinnovabili o in infrastrutture elettriche.

Un aumento di profitti non proporzionale ai ricavi

La crescita della spesa militare europea ha portato a un incremento significativo dei ricavi per aziende come Leonardo e Fincantieri. Tra il 2022 e il 2025, Leonardo ha visto un aumento del 32 per cento dei ricavi, sostenuto anche da una buona politica di alleanze. Tuttavia, l’utile netto è cresciuto del 43 per cento e l’Ebitda di quasi il 44. La crescita della redditività e dell’utile è quindi superiore a quella dei ricavi.

Per Fincantieri, il fenomeno è ancora più evidente: i ricavi crescono del 23,6 per cento, mentre l’Ebitda aumenta di oltre il 200. Il margine Ebitda passa dal 3 al 7,4. Anche in questo caso, la redditività cresce molto più rapidamente dei ricavi. Questo effetto è proprio quello che si può attendere da una struttura in cui l’aumento della domanda pubblica incontra un’offerta fortemente concentrata e protetta.

Il punto è che si tratta di una forma di rendita. E la “rendita” non ha una valenza solo economica ma anche politica. In economia pubblica, la difesa nazionale è normalmente l’esempio classico di bene pubblico puro, perché presenta due caratteristiche fondamentali: la non rivalità e la non escludibilità. Se non si vuole tornare alla difesa mercenaria, la difesa deve rimanere pubblica e lo Stato dovrebbe mantenere quote di proprietà importanti nelle società che producono gli strumenti necessari a garantirla.

Il contesto politico-istituziale in cui si sviluppa il rafforzamento dell’industria della difesa è decisivo: il contesto dovrebbe essere in grado di consolidare una classe dirigente al “servizio” dello Stato, invece di una classe dirigente che utilizza la crescita della spesa militare per consolidare il proprio potere e una rendita di posizione. Sotto questo profilo, un’Europa in cui prevalgono pulsioni nazionalistiche e in cui l’integrazione politica appare sempre più remota non sembra avere caratteristiche molto rassicuranti.