Licenziamenti collettivi per 2.500 lavoratori dell’indotto ex Ilva a Taranto. I sindacati: “Rischio bomba sociale”

Licenziamenti collettivi per 2.500 lavoratori dell’indotto ex Ilva a Taranto. I sindacati denunciano rischio di crisi sociale e ambientale.

Lavoratori dell’indotto ex Ilva ricevono lettere di licenziamento a Taranto, mentre i sindacati denunciano rischio di crisi sociale e ambientale
Lavoratori dell’indotto ex Ilva ricevono lettere di licenziamento a Taranto, mentre i sindacati denunciano rischio di crisi sociale e ambientale

Il 4 settembre 2026, a Taranto, sono state inviate le lettere di licenziamento per 2.500 lavoratori dell’indotto delle ex Ilva. L’annuncio, reso pubblico da Nicola Convertino, presidente dell’Aigi (Associazione italiana giuristi di impresa), segna la fine di un periodo di stabilità per le aziende che operano nell’area ex Ilva. L’atto, descritto come “dovuto e inevitabile”, è diretta conseguenza dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo entro il 28 ottobre, decisa dalla Corte d’Appello di Milano. La decisione, che ha scatenato reazioni forti da parte dei sindacati, arriva proprio il giorno dopo la conclusione dei Giochi del Mediterraneo, manifestazione sportiva che ha visto la partecipazione della premier Giorgia Meloni.

Un atto estremo e doloroso

“Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso”, ha scritto Convertino nella lettera inviata ai sindacati. Il licenziamento di 2.500 lavoratori rappresenta un passo drastico per le aziende dell’indotto, che hanno investito anni nella formazione e nella crescita del personale. La decisione, che ha visto l’invio di 28 lettere da altrettante aziende dell’indotto, ha suscitato preoccupazioni e proteste da parte delle organizzazioni sindacali locali, che hanno definito il rischio “bomba sociale e ambientale senza eguali”.

La chiusura dell’area a caldo e il governo

Il riferimento al decreto della Corte d’Appello di Milano, che ha ordinato la sospensione dell’area a caldo entro il 27 ottobre per la presenza di amianto negli altoforni, ha reso inevitabile la chiusura dell’impianto. L’inizio del raffreddamento naturale dell’altoforno Afo1 è previsto dal 16 settembre. Le aziende, tra cui Ilva e Acciaierie d’Italia, hanno presentato un ricorso alla Corte di Cassazione per annullare il provvedimento, ma a meno di novità, la chiusura del cuore produttivo di Taranto è ormai imminente. La decisione ha suscitato reazioni anche da parte del governo, che si trova a distanza di 100 chilometri, a Bari, a festeggiare la longevità del suo mandato.

“Non vorremmo ricordare il governo più longevo della storia repubblicana come quello che ha chiuso l’Ilva senza offrire alcuna prospettiva occupazionale, industriale e ambientale”, ha dichiarato la Fiom Cgil di Taranto in una lettera aperta a Meloni. I sindacati hanno chiesto un incontro urgente con le parti datoriali e con il governo, in vista dell’incontro previsto a Palazzo Chigi il 8 settembre. La richiesta di un piano straordinario di carattere occupazionale, salariale e sociale è diventata una priorità per i lavoratori e per le aziende dell’appalto.

Le aziende dell’indotto, che hanno visto il loro lavoro ridotto a causa della chiusura dell’area a caldo, si trovano in una situazione di forte instabilità. “Una fabbrica di questa portata – è la considerazione da Convertino nella comunicazione inviata alle Istituzioni e ai sindacati – avrebbe meritato una sorte diversa. Una delle più grandi acciaierie d’Europa – uno stabilimento che per oltre sessant’anni ha superato crisi petrolifere, recessioni, cambi di proprietà, guerre commerciali, procedimenti giudiziari, sequestri commissariamenti, crisi finanziarie e conflitti politici rischia oggi di non morire sul campo di una grande battaglia industriale, bensì di spegnersi per consunzione.”

La Fiom ha denunciato che dal 2012 “nessun governo” ha programmato un serio processo di transizione ecologica, mentre si è intervenuto con “decreti d’urgenza per rinviare un problema sicuramente non di facile soluzione”, aggravando progressivamente le condizioni dei lavoratori e degli impianti. Il sindacato contesta anche il bando internazionale di vendita e definisce il “Piano Corto” del novembre 2025 un “piano di chiusura”. Il prossimo 8 settembre a Palazzo Chigi il governo dovrà necessariamente dare risposte alla piattaforma sindacale e chiarire “se intenda chiudere un sito d’interesse strategico, mettendo per strada 20 mila lavoratori e provocando una bomba sociale e ambientale senza eguali”, conclude la Fiom.