Rothko a Firenze: record di visitatori e selfie, ma la cultura non raggiunge i poveri
La mostra di Rothko a Firenze ha registrato un record di visitatori e interazioni online, ma la fruizione della cultura rimane inaccessibile per i più svantaggiati.

La mostra “Rothko a Firenze”, ospitata al Palazzo Strozzi, ha registrato un record di visitatori e un forte impatto online, ma il successo non ha raggiunto tutti. A fine agosto, la mostra ha visto 301mila e 730 visitatori, con ulteriori 96mila e 665 presenze al Museo di San Marco, dove si sono interagiti con i capolavori del Beato Angelico. I dati ufficiali indicano che il 60% dei visitatori sono stati italiani o stranieri non residenti nell’area metropolitana di Firenze, che hanno raggiunto la città appositamente per la mostra, in giornata o con soggiorni prolungati. I canali social della Fondazione hanno raggiunto oltre 6 milioni e 100mila persone, con più di 470mila interazioni tra like, commenti e condivisioni.
Un successo di visibilità, ma non di accesso
Sebbene la mostra abbia registrato un successo commerciale e di marketing, il suo impatto sociale appare limitato. Mentre i visitatori si fotografavano davanti alle tele di Rothko, i poveri restano fuori. A Firenze, circa 5mila minori vivono in aree a disagio socioeconomico urbano, dove la povertà relativa supera il 28%. La cultura, pur essendo accessibile a molti, non raggiunge chi ne ha maggiormente bisogno. La mostra, pur essendo un evento di alto livello, non ha allargato la fruizione al pubblico che non può permettersi di visitare musei o partecipare a eventi culturali.
La riduzione a successo commerciale di un evento relativo a un artista “fuori dal mondo” come Rothko, che si è suicidato nel 1970, non può non suscitare riflessione. L’arte, che ha voluto scomparire nei suoi “last-scape” di nero su grigio, è diventata un simbolo di visibilità e di consumo, ma non di accesso. La mostra ha dato visibilità, ma non ha garantito l’equità nella fruizione della cultura.
Un paradosso tra arte e social media
La mostra ha visto un forte impatto sui social media, con un’alta interazione tra visitatori e contenuti pubblicati. Tuttavia, il successo online non ha tradotto in un accesso equo alla cultura. Le tele di Rothko, celebri per i loro “non-paesaggi” a colori sovrapposti, sono state oggetto di selfie e condivisioni, ma solo una delle oltre 70 opere era protetta da un divieto di riproduzione. Il paradosso è stato sottolineato dai curatori, che hanno scelto una citazione ispirata al Michelangelo della Biblioteca Medicea Laurenziana, per sottolineare l’idea di un’arte che imprigiona lo sguardo del pubblico, senza via di scampo.
La riduzione a successo commerciale di un evento relativo a un artista “fuori dal mondo” come Rothko, che si è suicidato nel 1970, non può non suscitare riflessione. L’arte, che ha voluto scomparire nei suoi “last-scape” di nero su grigio, è diventata un simbolo di visibilità e di consumo, ma non di accesso. La mostra ha dato visibilità, ma non ha garantito l’equità nella fruizione della cultura.
La cultura non deve essere un lusso per pochi, ma un diritto per tutti.
La sinistra, che si appresta a un nuovo programma di governo, dovrebbe ripensare l’approccio alla cultura pubblica. Il caso di Rothko a Firenze, come già sottolineato a proposito del teatro, indica l’urgenza di sciogliere ogni ambiguità commerciale e riscoprire la funzione sociale dell’arte. Gli spazi delle emozioni artistiche devono essere tutelati da ogni genere di invadenza, sia politica che sociale. La cultura non deve essere un lusso per pochi, ma un diritto per tutti.
