La strategia americana per controllare Hormuz e piegare l’Iran

Gli Stati Uniti stanno implementando una nuova strategia per controllare lo Stretto di Hormuz e limitare l’influenza iraniana nel Golfo Persico.

Navi americane proteggono rotte di transito nel Golfo Persico, mentre l’Iran tenta di bloccare il traffico con mine antinave
Navi americane proteggono rotte di transito nel Golfo Persico, mentre l’Iran tenta di bloccare il traffico con mine antinave

La strategia americana per controllare lo Stretto di Hormuz e limitare l’influenza dell’Iran nel Golfo Persico sta prendendo forma con una serie di azioni mirate e coordinate. La libera navigazione nello Stretto e il petrolio del Golfo Persico sono per l’Occidente importanti quanto non lo siano per gli Stati Uniti, ma la situazione sta cambiando. L’Iran, pur mantenendo un controllo parziale, ha tentato di lanciare mine antinave in nuove vie di transito per bloccare il meccanismo che sta annullando gradualmente il blocco iraniano. Gli Stati Uniti, attraverso la Marina, stanno dimostrando di aver sminato e controllato due nuove rotte di accesso e uscita dal Golfo, riducendo la capacità dell’Iran di impedire il transito commerciale. Questo ha evitato a Trump di dover scegliere tra due opzioni politicamente mortali: un attacco terrestre con conseguenti perdite di vite americane o un ritiro senza onore.

La quarta fase della guerra contro l’Iran

La guerra nel Golfo Persico ha visto una quarta fase, smentendo le previsioni di molti analisti, incluso l’autore di questo editoriale. Gli Stati Uniti hanno aperto una nuova fase, con obiettivi chiari e strategia razionale. Il primo obiettivo è il blocco navale totale delle importazioni iraniane di derrate alimentari, beni strumentali e prodotti di consumo. L’efficacia è evidente: l’inflazione in Iran è superiore al 70 per cento, la crisi del mercato del lavoro ha perso un milione di posti e le vendite al dettaglio sono in calo. Il secondo obiettivo è la graduale ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz, con i volumi di petrolio che transitano oggi pari a due terzi di quelli registrati in media nei mesi precedenti la guerra.

La pressione su Cina e India

Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, cercherà di premere sulla Cina e sull’India per ridurre gli acquisti di petrolio iraniano. La Cina, attraverso le piccole raffinerie cinesi, era fino a pochi mesi fa l’acquirente del 90 per cento del petrolio iraniano, pagato in renminbi o in moneta digitale. Tuttavia, la Cina ha già ridotto gli acquisti di petrolio da Teheran, e il prossimo 24 settembre, il Presidente Xi Jinping sarà a Washington in visita di Stato. L’India, pur avendo un forte bisogno di petrolio a basso costo, non è un interlocutore facile per Bessent, soprattutto con il prossimo Summit dei Brics a Nuova Delhi, dove l’Iran parteciperà.

La strategia americana si basa su una combinazione di azioni militari e diplomatiche. La Marina degli Stati Uniti ha sminato nuove vie di transito al centro dello Stretto, fuori dalle acque iraniane e dell’Oman. Le petroliere, sotto scorta americana, si immettono nelle nuove vie di transito e fanno il transshipment nell’Oceano Indiano. L’Iran ha tentato di bloccare questo meccanismo lanciando mine antinave, ma i lanciatori sono stati distrutti dagli americani. La risposta iraniana è stata un lancio di missili balistici verso una base americana in Giordania, un’azione non nuova ma che dimostra la tensione persistente.

La fragilità americana tuttavia esiste ancora ed ha un nome: Donald J. Trump. Se il presidente decidesse di dichiarare vittoria e tornare a casa, la guerra sarebbe perduta. Ma Trump potrebbe aver capito che la tenacia degli Stati Uniti è il fattore che deciderà l’esito della guerra. I militari del Centcom stanno dimostrando che la guerra si può ancora vincere, e questo perché anche le Guardie della Rivoluzione hanno bisogno di risorse economiche per combattere. Adesso quelle risorse vengono negate. La collaborazione dell’Europa, della Corea del Sud e del Giappone è importante, e non ci sono pretesti plausibili per non appoggiare le sanzioni secondarie sulle banche e sugli enti di intermediazione con l’Iran.