Il paraclimbing italiano: pioniere in una disciplina ancora da costruire

Il paraclimbing italiano affronta sfide uniche: atlete cieche e con disabilità costruiscono un futuro senza precedenti.

Atlete cieche e con disabilità si allenano in un ambiente adatto, costruendo un futuro per il paraclimbing italiano
Atlete cieche e con disabilità si allenano in un ambiente adatto, costruendo un futuro per il paraclimbing italiano

Nel 2028, a Los Angeles, il paraclimbing entrerà per la prima volta nel programma delle Paralimpiadi. È un passaggio storico per una disciplina che, nonostante le medaglie e i successi, deve ancora costruire metodi, competenze e riconoscimento. In Italia, però, alcune atlete che hanno contribuito a far crescere il movimento rischiano di rimanere ai margini. Nadia Bredice, plurimedagliata in Coppa del mondo, è un esempio di questa situazione. Cieca da quando ha perso la vista a causa di una malattia degenerativa, Bredice ha iniziato ad arrampicare nel 2017. Il suo sport, però, è diverso da come appare: richiede una guida che le descriva ogni appoggio, ogni presa e ogni movimento attraverso l’interfono. Il paraclimbing, spiega, è una danza di squadra, dove il gesto tecnico si impara non solo con l’esperienza, ma anche con l’adattamento a una realtà diversa.

Un movimento in crescita, ma con sfide uniche

Le atlete del paraclimbing italiano stanno costruendo un sistema che non esiste ancora. «Le medaglie arrivano, ma non producono ancora un sistema», dice Bredice. Il divario economico con il circuito olimpico è netto: una vittoria in Coppa del mondo vale solo 500 euro lordi, mentre i premi olimpici sono molto più alti. Per Bredice, l’esclusione dalle Paralimpiadi 2028 ha avuto un effetto profondo. «Io mi ero posta l’obiettivo Los Angeles. È stato uno smacco molto forte», racconta. L’esclusione non riguarda solo un’Olimpiade mancata, ma anche l’accesso a bandi sportivi dei gruppi militari, una delle poche possibilità di trasformare l’attività agonistica in un lavoro stabile.

Il paraclimbing vive oggi una fase che molte discipline hanno attraversato decenni fa. Le sue atlete vincono medaglie, ma stanno ancora costruendo le condizioni perché chi arriverà dopo possa concentrarsi soltanto sul gesto sportivo. Un gesto che va verificato, studiato, immaginato. Per questo il loro lavoro assomiglia non a una scalata verticale, ma a un avanzamento lungo il tempo. Ogni appiglio conquistato non serve soltanto a loro. Resta sulla parete per chi arriverà dopo.

Un’esperienza di costruzione e ricerca

Lucia Capovilla, due volte argento nella Coppa del mondo, ha avuto un’esperienza simile. «Da lì mi ero messa in testa che non potevo scalare», racconta. La sua disabilità, un’amputazione all’avambraccio, le ha impedito di praticare l’arrampicata per anni. Fu un’esperienza di liberazione quando decise di provare senza protesi. «Per la prima volta il mio corpo andava bene così com’era», dice. Capovilla ha pagato il costo della sua costruzione: anni di allenamento senza supporto, trasferte in macchina, e un furgone come casa. «Prima di entrare nelle Fiamme oro avevo comprato una macchina più comoda per dormire durante le gare della Coppa del mondo», racconta. Il sostegno economico delle forze armate non è sufficiente a coprire le spese di un’atleta: allenatore, preparatore, nutrizionista, mental coach, trasferte, palestre, e ricerca. Questo è il prezzo che pagano le pioniere del paraclimbing italiano.

La distanza non è solo simbolica. Si traduce in meno visibilità, meno investimenti e meno occasioni di crescita. «Stiamo ancora un po’ sgomitando», dice Bredice. Anche osservando quello che accade fuori dall’Italia, Capovilla misura quanto il movimento sia ancora acerbo. In Francia e in Spagna, gli atleti con disabilità hanno ricevuto negli ultimi anni un sostegno più strutturato. Il confronto vale anche all’interno dello stesso sport paralimpico italiano. «La nazionale di parascherma si ritrova una settimana al mese per i raduni. Noi del paraclimbing ci vediamo due o tre volte l’anno», racconta. La conseguenza è che gli atleti continuano a crescere quasi esclusivamente grazie ai tecnici dei territori, che spesso svolgono un altro lavoro.

Il paraclimbing vive oggi una fase che molte discipline hanno attraversato decenni fa. Le sue atlete vincono medaglie, ma stanno ancora costruendo le condizioni perché chi arriverà dopo possa concentrarsi soltanto sul gesto sportivo. Un gesto che va verificato, studiato, immaginato. Per questo il loro lavoro assomiglia non a una scalata verticale, ma a un avanzamento lungo il tempo. Ogni appiglio conquistato non serve soltanto a loro. Resta sulla parete per chi arriverà dopo.