Il Mutuo tricolore di Vannacci: promesse di casa, rischi di realtà
Il Mutuo tricolore di Vannacci promette garanzie e tassi agevolati, ma rischia di non rispondere alle esigenze reali delle famiglie.

Il Mutuo tricolore di Vannacci, una delle proposte economiche più riconoscibili del partito Futuro Nazionale, promette garanzie dello Stato sulla prima casa, tassi agevolati e ulteriore riduzione al crescere dei figli. Tuttavia, come sottolinea il professor Giuseppe Pignataro, esperto di politica economica all’Università di Bologna, questa misura potrebbe trovare i soldi, ma rischierebbe di perdere contatto con la realtà. Un programma politico, per essere veramente efficace, deve non solo presentare idee, ma anche misurare i rischi e i limiti delle proprie promesse.
La garanzia non regala una casa
La garanzia pubblica esiste già, attraverso il Fondo Prima Casa, gestito da Consap, che ha garantito 568mila mutui per un totale di 67,4 miliardi di euro. Questo fondo privilegia famiglie under 36, giovani coppie e nuclei numerosi. Il ‘mutuo tricolore’, almeno nella parte annunciata, non inventa dunque la presenza dello Stato: promette di ampliarla e di aggiungervi un tasso legato ai figli. Tuttavia, una garanzia non regala una casa. Riduce il rischio della banca e può consentire prestiti che altrimenti non partirebbero; la banca conserva però la decisione sul mutuo.
Un tasso agevolato non garantisce l’accesso alla casa. Una ricerca della Banca d’Italia, su città italiane nel periodo 2003-2015, stima che un aumento del 10 per cento dei mutui faccia salire i prezzi dell’1 per cento in media. Nelle città più dense, con poco suolo edificabile e offerta rigida, l’effetto è quasi il doppio. Il rischio che una politica seria dovrebbe misurare prima di promettere è quindi reale.
La demografia e il lavoro: un’aritmetica complessa
La stessa inversione attraversa le misure per la famiglia: quoziente familiare, riduzioni fiscali per figlio, vantaggi nei concorsi, pensionamento più favorevole per le madri. Molte intervengono quando i figli ci sono già. Ma la natalità non comincia dal terzo figlio. Comincia prima, quando una coppia guarda un contratto, un affitto, un nido e decide se il futuro è abitabile. Nel 2025 i nati sono scesi a 355 mila e la fecondità a 1,14 figli per donna; nel 2024 il tasso di occupazione femminile era il 57,4 per cento, contro il 76,8 maschile.
Un premio dopo la nascita non sostituisce il reddito. Anche piena occupazione, rilocalizzazione industriale e forte riduzione dell’immigrazione devono attraversare l’aritmetica demografica. Altrimenti il processo diventa insostenibile. Nel primo semestre 2026 le imprese hanno giudicato difficile coprire il 44,8 per cento delle assunzioni programmate. L’Istat prevede che la popolazione tra 15 e 64 anni scenda da 37,2 milioni nel 2024 a meno di 30 nel 2050.
Si può volere meno immigrazione, certo. Ma bisogna dire quali inattivi saranno messi nelle condizioni di lavorare, quali competenze verranno formate, quali mansioni automatizzate e chi assisterà una popolazione sempre più anziana. I confini non formano infermieri, tecnici e operai specializzati. Il problema non è che Futuro Nazionale non abbia idee. È che un partito che alcune rilevazioni collocano ormai vicino all’8 per cento con oltre due milioni di potenziali votanti non può più abitare la zona protetta degli ideali. Un programma diventa adulto quando accetta di essere verificato. Il futuro non si governa accumulando desideri. Si governa accettando che ogni scelta ne esclude un’altra, che ogni beneficio ha un prezzo e che la realtà non obbedisce alle formule. Un programma senza rinunce può sedurre. Ma finché non dichiara il costo, gli effetti e i limiti delle proprie promesse, non è ancora una scelta di governo.
