I cavi elettrici di Falco, 17 anni dopo: ancora lì e nessuno li ha rimossi
Dopo 17 anni dal disastro di Falco, i cavi elettrici che causarono la tragedia restano in mezzo alla montagna.

Il 22 agosto 2009, a Rio Gere, un elicottero del Suem 118 precipitò dopo aver urtato le linee elettriche di media tensione. L’incidente causò la morte di quattro persone: il pilota Dario De Filip, il tecnico del Soccorso alpino Stefano Da Forno, il medico del 118 Fabrizio Spaziani e il tecnico aereonautico Marco Zago. Dopo 17 anni, il tema degli ostacoli al volo è ancora irrisolto, e i cavi che causarono la tragedia restano in mezzo alla montagna, senza essere rimossi. La denuncia arriva da Fabio “Rufus” Bristot, ex delegato provinciale del Soccorso alpino, che ricorda come il problema fosse tornato alla ribalta subito dopo l’incidente, ma poi si è persa nel dimenticatoio.
Un lutto non ancora concluso
«Elaborare il lutto è stato un processo lungo, articolato e non ancora concluso», dice Bristot, che racconta come il ricordo dei quattro morti si sia sovrapposto al colore pallido dei monti, ai boschi ormai ramati dell’autunno e al rumore soffuso dell’elicottero che continuava a solcare i cieli. Il dolore, però, dopo 17 anni si è parzialmente saputo trasformare anche nella gioia nel ricordo delle loro risa autentiche, delle loro facce buffe.
Leggi regionali e disegni di legge mai approvati
Bristot ha tentato di muoversi in diverse direzioni per risolvere la problematica. Prima in Regione Veneto, con l’approvazione della legge regionale 19/2012, che mirava a garantire la sicurezza del volo nelle attività di elisoccorso. Tuttavia, questa legge era limitata operativamente per la mancanza di una norma a valenza nazionale. Successivamente, in accordo con la Direzione nazionale del Cnsas, ha promosso iniziative a livello romano, con l’obiettivo di far licenziare una legge degna di questo nome. «Venne, infatti, trasversalmente presentato addirittura un disegno di legge, rispettivamente a cura dei deputati Federico D’Incà, Luca De Carlo e Roger De Menech, restati però lettera morta e decaduti, come prassi, a fine legislatura.»
«Sono certo che sino al prossimo dramma resterà tutto inalterato, cioè nulla verrà fatto in termini legislativi», conclude Bristot, che si aspetta che, come sempre dopo ogni tragedia, i politici si strapperino di nuovo le vesti in modo enfatico per cambiare le cose e legiferare al riguardo. La speranza, però, è che questa volta si faccia qualcosa, anche se Bristot non ha grandi speranze.
Il tema degli ostacoli al volo torna d’attualità, con l’anniversario di Falco che si avvicina. Il ricordo dei quattro uomini che persero la vita per un problema che non è stato risolto, e i cavi che ancora oggi si ergono come un simbolo di una situazione non risolta. La speranza, però, è che questa volta si faccia qualcosa, anche se Bristot non ha grandi speranze. «Sono passati 17 anni, ma purtroppo non è stato fatto niente», dice, con una voce che sembra parlare non solo del passato, ma anche del presente. Il futuro, per chi opera in montagna, resta sempre in sospeso. E i cavi, come se fossero un segnale di allarme, continuano a essere lì, in mezzo alla natura. E nessuno li ha rimossi.
La denuncia di Bristot si conclude con un richiamo alle istituzioni, che non hanno ancora trovato una soluzione concreta. «Mutuando Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo mi sento di affermare che “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, cioè prenderemo ancora una volta atto dell’ampollosità gridata del cambiamento apparente che, in realtà, non arriverà mai per garantire maggiore sicurezza a chi opera con l’elicottero assicurando servizi essenziali salva-vita come quelli del 118 o degli enti dello Stato per altre fattispecie operative.»
