Femminicidi, l’allarme di Cataldo Calabretta: “La prevenzione non può attendere”
L’allarme di Cataldo Calabretta sui femminicidi: la prevenzione non può attendere e la rete di protezione è fondamentale.

La violenza di genere continua a rappresentare un problema grave in Italia, con un aumento del numero di femminicidi e una crescente attenzione da parte dell’opinione pubblica. Cataldo Calabretta, avvocato e docente universitario, ha lanciato un allarme sull’importanza della prevenzione e della rete di protezione. Gli strumenti legislativi esistono, ma spesso non vengono applicati in modo tempestivo. Il tema è diventato centrale, con dati Istat e un aumento del numero di casi, che mettono in luce la necessità di un intervento coordinato e tempestivo.
La violenza non inizia con il delitto
«Il femminicidio non comincia quando viene inferto il colpo mortale. Spesso comincia molto prima, con il controllo, l’isolamento, la minaccia, la svalutazione, la violenza economica e psicologica», spiega Calabretta. La violenza di genere, spesso, si sviluppa in modo graduale e non sempre è percepita come tale. Il fenomeno è diventato così rilevante che la parola “femminicidio” è stata scelta da Treccani come parola dell’anno 2023 e, nel 2026, è risultata la più consultata sulla sua piattaforma. «Ci dice che il femminicidio non è più percepito come un fenomeno marginale, ma come una questione centrale nel dibattito pubblico, giuridico e culturale», osserva l’esperto.
«Il Codice Rosso, introdotto nel 2019, ha rafforzato gli strumenti di protezione e ha imposto una corsia più rapida per numerosi procedimenti relativi alla violenza domestica e di genere. La legislazione ha inoltre valorizzato i cosiddetti reati-spia, cioè condotte che possono rappresentare indicatori di una situazione di pericolo, come maltrattamenti, stalking e determinate forme di lesioni. Sono stati rafforzati gli strumenti cautelari e sono state introdotte specifiche forme di controllo», spiega Calabretta. La migliore legge del mondo non protegge una vittima se il sistema non riesce a leggere tempestivamente il rischio.
La rete di protezione è fondamentale
«La casa rifugio non può diventare un’isola. Una donna che denuncia deve sapere dove andare, come mantenersi, come proteggere i figli, come trovare un lavoro, come accedere all’assistenza psicologica e legale e soprattutto deve sapere che, dopo la denuncia, non sarà lasciata sola», afferma Calabretta. «Il problema non è soltanto avere una casa sicura. Il problema è costruire una rete di sicurezza. E questa rete deve comprendere forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali, centri antiviolenza, strutture sanitarie, scuola e mondo del lavoro. Se uno di questi anelli si spezza, la protezione può diventare fragile», sottolinea.
«Dopo un femminicidio non resta soltanto una famiglia distrutta. Restano spesso figli che hanno perso la madre e, in molti casi, anche il padre, quando quest’ultimo si suicida oppure viene punito con l’ergastolo. È uno degli aspetti più dolorosi e meno raccontati. Un bambino che perde la madre in un femminicidio non subisce soltanto un lutto: spesso perde contemporaneamente la casa, il padre, la sicurezza economica, la quotidianità e il senso stesso di fiducia negli adulti», conclude Calabretta. È per questo che sono particolarmente vicino all’Associazione Edela, fondata da Roberta Beolchi, che da anni si occupa concretamente degli orfani di femminicidio e delle loro famiglie affidatarie.
