Mojtaba Khamenei in condizioni critiche, voci di un suo martirio dall’Iran
Voci di un possibile decesso di Mojtaba Khamenei, leader iraniano, circolano in Iran. Tensioni con Usa e minacce di risposta.

Il leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei è al centro di voci di un possibile decesso, circolate in Iran ma non ufficialmente confermate. Secondo fonti anonime vicine all’amministrazione del presidente Masoud Pezeshkian, nelle più alte sfere del regime si parlerebbe di condizioni estremamente critiche e di un rischio di morte imminente. Le indiscrezioni, diffuse da un sito web vicino all’opposizione, indicano che Khamenei non ha più avuto contatti con membri del governo iraniano dal momento degli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele che hanno ucciso suo padre e predecessore, Alì Khamenei.
Condizioni critiche e interazioni difficili
Le fonti anonime riferiscono che Khamenei, da quando è diventato Guida Suprema, non ha fatto alcuna apparizione pubblica e non sono state trasmesse registrazioni di suoi discorsi. Secondo una delle fonti, non ci si sorprenderebbe se presto venisse a conoscenza della notizia del suo martirio. Il presidente Pezeshkian ha dichiarato in un’intervista trasmessa mercoledì dalla televisione di Stato che al momento l’interazione con Khamenei è «molto difficile». Le voci di un suo decesso circolano in modo diffuso, ma non sono state confermate ufficialmente.
Minacce iraniane e tensioni geopolitiche
Intanto, l’Iran ha lanciato un ultimatum esplicito agli Stati alleati degli USA nella regione del Golfo: se Washington dovesse colpire nuovamente le infrastrutture iraniane, Teheran risponderà devastando i siti energetici, idrici, elettrici e i nodi di trasporto dei Paesi arabi che non saranno capaci di convincere Donald Trump a fermare le operazioni militari e riaprire il canale dei negoziati. La crisi nel Medio Oriente torna a far tremare i mercati finanziari e gli equilibri geopolitici globali. La manovra diplomatica di Teheran arriva dopo l’avvertimento lanciato il 28 luglio dalla Casa Bianca, che aveva prospettato raid mirati proprio contro il settore energetico iraniano. In risposta, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araqchi, ha avviato un’intensa offensiva diplomatica contattando le controparti di Arabia Saudita, Qatar e Turchia, oltre ai vertici dell’esercito pakistano, per sollecitare un’azione di persuasione nei confronti della presidenza americana.
Per i Paesi del Golfo si tratta di un’ombra già vista. Il messaggio iraniano fa leva sulla fragile sicurezza delle infrastrutture arabe, già drammaticamente colpita nel 2019 quando i raid contro i siti sauditi di Abqaiq e Khurais dimezzarono per settimane la produzione petrolifera di Riad, dimostrando la vulnerabilità della regione. L’impatto delle minacce si è avvertito immediatamente sulle borse e sui listini delle materie prime. Il prezzo del greggio ha registrato il secondo rialzo consecutivo, con il Brent arrivato a 83,34 dollari al barile (+1,03%) e il WTI salito a 77,81 dollari.
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