Il cannibalismo potrebbe aver salvato l’umanità: lo studio spiega i rischi sanitari
Un nuovo studio su PNAS suggerisce che il divieto del cannibalismo potrebbe aver protetto le comunità da epidemie e malattie infettive.

Il cannibalismo, una pratica considerata tabù e spesso associata a culture estreme, potrebbe aver salvato l’umanità da epidemie e malattie infettive. È quanto suggerisce uno studio pubblicato su PNAS, che ha analizzato i rischi sanitari legati al consumo di carne umana e ha ipotizzato che il divieto di questa pratica sia nato anche per proteggere le comunità da possibili epidemie. L’articolo, realizzato da 30science per Il Fatto, ha rivelato come il cannibalismo potesse rappresentare un rischio significativo per la salute, in particolare a causa di agenti patogeni come i prioni, responsabili di malattie neurodegenerative. La ricerca ha anche messo in luce come il tabù del cannibalismo potrebbe essere una risposta biologicamente giustificata, in grado di ridurre il rischio di infezioni e aumentare la sopravvivenza delle popolazioni.
Un modello matematico per analizzare i rischi
Gli autori della ricerca, Michal Misiak dell’Università di Breslavia e Petr Turecek dell’Università Carolina di Praga, hanno sviluppato un modello matematico per analizzare le conseguenze del cannibalismo nel lungo periodo. Secondo i ricercatori, il consumo di carne umana potrebbe compromettere la stabilità demografica di una popolazione, aumentando la diffusione di malattie tra gli individui che si nutrono di tessuti umani infetti. Il modello mostra che il rischio di trasmissione di malattie cresce in modo esponenziale quando i cannibali si cibano di altri cannibali, in quanto alcuni agenti patogeni, come i prioni, resistono ai normali processi di cottura e possono essere trasmessi attraverso il consumo di tessuti umani infetti.
Il rischio maggiore non era la fame, ma le malattie. Il problema principale, tuttavia, risiede altrove: il rischio di infezione. Gli agenti patogeni hanno vita più facile perché si ritrovano in un organismo con una fisiologia pressoché identica. Il modello elaborato dagli studiosi mostra che il pericolo di trasmissione di malattie cresce in modo esponenziale quando i cannibali si cibano di altri cannibali, in quanto alcuni agenti patogeni, in particolare i prioni, resistono ai normali processi di cottura e possono essere trasmessi attraverso il consumo di tessuti umani infetti.
Il kuru e la tradizione dei popoli Fore
Uno degli esempi più noti citati dagli autori è il kuru, una malattia neurodegenerativa che in passato colpiva il popolo Fore della Papua Nuova Guinea. In questa comunità era diffusa la pratica rituale di cucinare e consumare i corpi dei parenti defunti, nella convinzione che questo gesto permettesse di liberarne lo spirito. Proprio questa tradizione favorì la diffusione della malattia, che è poi scomparsa con l’abbandono del rito. Secondo i ricercatori, l’insieme di questi rischi sanitari avrebbe contribuito alla nascita e al consolidamento di uno dei divieti più radicati nella storia dell’umanità.
Il tabù funge da salvaguardia evolutiva. “I nostri risultati suggeriscono che si tratti di una risposta biologicamente giustificata al crescente rischio di epidemie”, ha affermato Misiak. “Le comunità che non frenavano il cannibalismo semplicemente non sopravvivevano.” Secondo i ricercatori, il divieto del cannibalismo non è solo un fenomeno culturale o religioso, ma anche un adattamento con una precisa funzione protettiva, capace di ridurre il rischio di epidemie e di aumentare le probabilità di sopravvivenza delle popolazioni.
