Siria, Fds curde si dissolvono. Nuovo equilibrio per il Paese
Le Forze democratiche siriane (Fds) curde si dissolvono, integrandosi nel governo siriano. Un nuovo equilibrio per la Siria.

Le Forze democratiche siriane (Fds), principale formazione armata a guida curda del Paese, hanno annunciato la propria dissoluzione come forza militare indipendente, dopo anni di guerra contro lo Stato islamico e di autonomia di fatto nel nord-est della Siria. L’annuncio, reso pubblico dal comandante Mazloum Abdi, rappresenta una svolta importante per la Siria post-Assad e per il futuro dei curdi siriani. La decisione è stata accolta positivamente dalla Turchia, che la definisce un “momento cruciale” per la stabilità del Paese. L’integrazione delle Fds nel sistema statale siriano è avvenuta in base all’accordo raggiunto con il governo di Damasco. Le milizie, sostenute per anni dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis, hanno completato il processo di trasferimento delle loro strutture e infrastrutture al controllo centrale. L’obiettivo dichiarato è di passare “dai campi di battaglia ai campi della costruzione” e “dall’era delle armi all’era della pace”. La fine delle Fds segna un cambiamento significativo nella politica curda, che ha visto un’esperienza di autonomia e governance autonoma nel nord-est.
Integrazione e diritti curdi
La rinuncia a un esercito autonomo è accompagnata da impegni politici sulla tutela dei diritti della popolazione curda, un tema particolarmente delicato dopo mezzo secolo di governo della dinastia Assad. Durante il regime precedente, i curdi siriani furono sottoposti a diverse forme di discriminazione, tra cui la negazione della cittadinanza e il limitato uso della lingua e dell’identità curda. Abdi ha sottolineato che il nuovo governo ha riconosciuto il diritto dei curdi all’istruzione nella propria lingua, e le autorità lavoreranno per introdurre l’insegnamento in curdo già nel corso dell’anno.
Il processo di integrazione è durato più di sette mesi ed è stato rallentato da alcune questioni irrisolte, in particolare sul destino delle armi pesanti e delle Unità di protezione delle donne, le Ypj. Le combattenti curde hanno sostenuto di dover essere integrate nel ministero della Difesa come vere e proprie soldatesse, rivendicando il ruolo svolto nella guerra contro l’Isis. Damasco avrebbe offerto loro la possibilità di entrare nel ministero dell’Interno come forze di polizia. La questione è simbolicamente e politicamente importante, poiché le Ypj sono diventate un simbolo della partecipazione femminile alla guerra contro l’Isis e della particolare struttura sociale e politica sviluppata dall’amministrazione curda nel nord-est.
Da alleati USA a interlocutori di Damasco
La fine delle Fds e l’integrazione all’interno dell’apparato statale siriano arrivano dopo mesi di scontri tra le milizie curde e l’esercito di Damasco. Le Fds contavano sull’appoggio di USA e Israele per ottenere il controllo su una parte di Siria. Abdi puntava sulla riconoscenza USA per la lotta all’Isis e sulla determinazione di Israele a frammentare la Siria e conservare un alleato per infastidire la Turchia. Ma dopo la caduta del regime di Assad la politica americana nell’area è cambiata: gli Stati Uniti hanno progressivamente stretto rapporti con il nuovo governo di Damasco, riducendo così lo spazio strategico a disposizione delle forze curde.
L’inviato americano per la Siria, Tom Barrack, ha attribuito un ruolo centrale al presidente Donald Trump, sostenendo che la sua leadership abbia aperto la strada a un’integrazione delle Fds nello Stato siriano. Barrack ha inoltre affermato che l’accordo prevede ruoli di rilievo nel governo per Abdi e per Ilham Ahmed, figura di primo piano dell’amministrazione curda del nord-est. Damasco non ha però ancora confermato ufficialmente tali nomine. Secondo indiscrezioni riportate dai media locali, Abdi potrebbe diventare consigliere di al-Sharaa, mentre Ahmed potrebbe assumere un incarico nell’amministrazione del Parlamento.
Un nuovo equilibrio per la Siria La dissoluzione delle Fds potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre il nord-est. Secondo alcuni analisti, l’accordo può contribuire a consolidare l’idea di una Siria unita e ridurre il rischio di nuove guerre tra Damasco e le forze regionali. È positiva la scelta di entrambe le parti di perseguire la strada meno conflittuale dopo la caduta di Assad, e l’accordo potrebbe avere un effetto a catena anche sugli altri gruppi armati presenti nel Paese, rafforzando l’idea che la Siria debba rimanere uno Stato unico, pur riconoscendo la propria diversità religiosa, etnica e linguistica.
