Il silenzio dell’urbanistica milanese e il rischio di un’inerzia giudiziaria

L’urbanistica a Milano si trova in una situazione di blocco, con procedimenti in sospeso e risposte ritardate. Il rischio di un’inerzia giudiziaria cresce.

Un gruppo di cittadini e imprese attende risposte su permessi di costruire, mentre l’urbanistica milanese rimane bloccata
Un gruppo di cittadini e imprese attende risposte su permessi di costruire, mentre l’urbanistica milanese rimane bloccata

Il rischio che il silenzio diventi un metodo nell’urbanistica milanese si fa sempre più concreto. Dopo anni di attesa, le imprese e i cittadini che hanno investito in progetti edilizi non ricevono risposte, e il Comune non riesce a concludere i procedimenti entro i termini previsti. La situazione, che ha visto il caso di via Savona 105 diventare simbolo di un sistema in crisi, ha portato all’attenzione dell’assessora Anna Scavuzzo, che nel 2025 aveva incontrato una delegazione di acquirenti per spiegare l’affanno degli uffici. Ma il problema non si è risolto, e oggi, a settembre 2026, l’accordo non è ancora arrivato.

Il principio giudiziario e l’obbligo di decisione

La giurisprudenza che si sta formando in materia di urbanistica milanese ha fissato un principio elementare ma imbarazzante per chi amministra: davanti a una domanda di permesso di costruire convenzionato, l’amministrazione non è obbligata ad accogliere, ma è obbligata a chiudere il procedimento con una “determinazione espressa, positiva o negativa”, sorretta da istruttoria adeguata. Entro sessanta giorni. Se non lo fa, il Tar può nominare un commissario ad acta, cioè qualcuno che decide al posto del Comune — ipotesi affacciatasi per la prima volta nell’urbanistica milanese proprio con il caso Lambrate.

La capogruppo di Noi Moderati, Mariangela Padalino, ha letto in queste pronunce la conferma giudiziaria di quanto denuncia dal giugno del 2025. Il Tar è tornato a richiamare il Comune di Milano sull’inerzia nei procedimenti edilizi: il Comune deve decidere, non può restare in silenzio. E deve farlo entro 60 giorni, osserva. Vale però la pena tenere ferma una distinzione che nel dibattito politico tende a evaporare: nessuna di queste sentenze certifica la bontà urbanistica dei progetti, né ordina di rilasciare i titoli. Ordina di rispondere.

Il costo della prudenza e il blocco dei procedimenti

Sullo sfondo ci sono le inchieste che dal 2023 hanno investito l’urbanistica milanese e il congelamento di circa centocinquanta operazioni immobiliari, rimaste in attesa di un titolo edilizio mentre gli uffici valutavano, riesaminavano, sospendevano termini. Una prudenza comprensibile sul piano umano — nessun dirigente vuole firmare l’atto sbagliato — ma che ha prodotto un effetto perverso: la responsabilità di non decidere è stata percepita come più leggera della responsabilità di decidere.

Il Tar sta spiegando, con pazienza, che giuridicamente non è così. L’affanno degli uffici è un dato reale, documentato dai numeri e dalle carenze di organico. Ma è anche la spia di un problema che non si risolve con le rassicurazioni: una struttura che non riesce a smaltire i procedimenti nei termini di legge non è un’emergenza congiunturale, è un assetto organizzativo che non funziona. Dopo anni di attesa, chiedere ancora pazienza non è una risposta: è una vergogna istituziale e la conferma di un fallimento nella governance dell’urbanistica, dice Padalino.

La situazione ha un costo, e lo pagano soprattutto i cittadini e le imprese che non hanno risorse infinite. «Milano è la città del fare, ma non è possibile che per ottenere un Permesso di Costruire servano anni. Le imprese non hanno risorse infinite e i cittadini che comprano casa non sono miliardari», osserva la capogruppo. Il passaggio di mano di via Savona 105 dice esattamente questo: quando il pubblico non decide, la selezione avviene comunque, solo che la fa la finanza al posto della politica.

«Una pratica edilizia non è solo burocrazia: dietro ci sono cittadini, imprese, investimenti e progetti di vita», chiude Mariangela Padalino. Il rischio che il silenzio diventi un metodo nell’urbanistica milanese non è più un’ipotesi, ma una realtà che rischia di diventare definitiva.