Sgomberi dolci: la violenza nascosta dietro l’azione dello Stato
Il libro di Manu Cencetti denuncia la violenza degli sgomberi e la marginalizzazione dei poveri a Torino.

Non c’è nulla di dolce negli sgomberi. Non c’è nulla di umanitario. Lo sradicamento di persone e famiglie povere, la distruzione di case e baracche, la dissoluzione di forme di vita e legami – questi sono gli effetti di un’azione violenta da parte dello Stato, come sottolinea il libro Sgomberi dolci, pubblicato da Eris nel 2026. L’autrice, Manu Cencetti, documentarista, ricercatrice indipendente e attivista, racconta come Torino sia diventata un laboratorio di una violenza mascherata da intervento sociale, in cui la città caccia chi è povero, marginale e indesiderabile, legittimando tutto attraverso un linguaggio di “cura” e “partecipazione”.
Violenza istituzionale e narrazione sociale
Lo sgombero diventa un dispositivo politico e culturale attraverso cui «lo sfollamento e la distruzione di interi “campi rom”, baraccopoli e occupazioni abitative sono stati resi possibili e mistificati attraverso un discorso di ordine morale, umanitario e partecipativo, volto a renderli incontestabili». Il libro interroga il ruolo del Terzo settore, delle fondazioni e dei media nella costruzione di una narrazione che rende accettabile lo sradicamento: nei campi e nelle baraccopoli, le persone vengono allontanate con apparente delicatezza – selezionando eventualmente i “fragili” e cacciando i “criminali” – mentre istituzioni, media e fondazioni bancarie raccontano questi interventi come “soluzioni alla marginalità”.
La violenza capillare e l’accesso all’abitazione
La violenza degli sgomberi, per l’autrice, è capillare: agisce sulle vite, le relazioni, i documenti, gli oggetti. Chi abita negli spazi marginali diventa un’“umanità in eccesso”, sovrannumeraria e indesiderabile, «composta da corpi esclusi dai circuiti di produzione, legalità e consumo». Un anno fa lo sgombero del Leoncavallo, ma Milano non sa quale sia il suo destino. La vita che resiste: le condizioni estremamente precarie in cui versano migliaia di persone povere a Torino dopo oltre dieci anni di sgomberi, persecuzioni e sfollamenti continui sono riportate anche all’interno del report 2026 sulla condizione di rom e sinti dell’Associazione 21 luglio, che racconta come la chiusura di insediamenti storici abbia determinato «un fenomeno di frammentazione spaziale di diverse famiglie non beneficiarie di interventi di inclusione abitativa, sull’intero territorio della città, andando a costituire micro insediamenti all’interno di parcheggi o lungo ampi marciapiedi di strade periferiche».
Un pogrom e una governance violenta
Le tesi di Cencetti sono corroborate da numerosi episodi di violenza istituzionale e sociale: uno degli esempi ricordati nel testo riguarda «il pogrom della Continassa del 2011», quando squadracce fasciste e razziste aggredirono oltre cinquanta persone rom, incendiando il campo «con la complicità delle Forze dell’ordine». Un pogrom «fatto in casa» da «torinesi doc», legato a interessi fondiari e alla costruzione di un nuovo stadio di calcio». Eventi che rivelano «l’antiziganismo strutturale e l’intreccio tra gestione urbana della povertà e interessi speculativi». Questo processo, per l’autrice, «determina e determinerà la fine di qualsiasi accesso universale all’abitazione»; rafforzando così una governance pubblico-privata dell’abitare come ambito di valorizzazione dello spazio urbano.
Ed è proprio questa, nei giorni in cui a Roma si discute del futuro di Spin Time, la forza di Sgomberi dolci: restituisce dignità e complessità a queste vite, mostrando che dietro l’atto violento dello sgombero si definisce chi può avere casa, chi può contare nelle città e nella società, e chi invece deve sparire, come ricorda un abitante della baraccopoli di Lungo Stura Lazio: «Se sei povero, possono farti qualunque cosa». Nei margini della città, la vita resiste: le persone costruiscono reti di solidarietà, relazioni e forme di abitare che sfidano la narrazione dominante.
